Chissà perché spesso gli artisti hanno il compito di percepire, monitorare, e denunciare i drammi, gli scempi, e le nefandezze degli umani. È come se a loro, ammalati di una maniera di percepire che viene detta estetica fosse concesso di guardare anche il negativo ma solo con l’obbligo morale di cercare una maniera emotiva ed armoniosa di comunicarla. Parecchi rifiutano a priori questo imperativo morale, mettendo in primo piano il potere e la necessità delle immagini, finendo comunque per dare ragione a Hegel che vedeva nella non verità dell’arte la sua essenza di fondo. “ Der Shein selbst ist dem Wesen wesentlich”, il falso sé è l’essenza essenziale.

È morto a Parigi, all’età di settanta anni Igor Mitoraj, che era un esempio vivente della presenza di quest’arte che fa scaturire la verità, la vera essenza della rappresentazione senza la presunzione di farlo, e usando come strumento la bellezza e le sue privazioni dalla quale scaturisce la consapevolezza del negativo. È stato definito lo scultore dei giganti feriti, perché le sue opere di grandi dimensioni finivano per rappresentare sempre pezzi di una bellezza classica mancanti sempre di una parte. O comunque talmente segnati e crepati da rendere ancora più forte nel contrasto forte con la bellezza la presenza dell’oscurità. Qualche siciliano di buona memoria emotiva ricorderà comprendendo meglio ciò che proviamo a comunicare riportando alla mente la straordinaria esposizione che il grande scultore tenne ad Agrigento, nella valle dei templi. In quella circostanza 17 delle sue opere bronzee furono collocate accanto ai resti archeologici della Magna Grecia, ricreando una potente opera di riflessione attraverso la quale si strutturavano una serie di rimandi tra i resti giganti del passato e i “resti” creati, che sembravano parlare lo stesso linguaggio.

Parte della sua ricerca post-moderna era orientata appunto verso una denuncia dello scempio delle sculture classiche del passato. Ma non ci vuole molto per capire che se ne è andato uno dei più grandi scultori contemporanei con la licenza di abbellire il negativo. Non era solo l’artista dei volti classicheggianti tormentati e pensierosi. Non era solo lo scultore di angeli caduti, o di eroi mutilati dal segno dell’autore, ma un artista che faceva delle sue singole opere il simbolo dell’uomo moderno, che trasporta con sé tutte le sue fragilità e le sue debolezze. Amava il nostro paese, una Italia che da artista affermato è facile amare, ma della quale ha accettato le sfide quotidiane, aprendo uno studio a Pietrasanta in Toscana, Nella Piccola Atene (il «soprannome» con cui è conosciuta Pietrasanta) il sindaco, felice di essere suo amico, da tempo stava parlando di realizzare una grande mostra nel 2015 a lui dedicata. “Voleva essere sepolto a Pietrasanta e credo che sarà proprio così” – ha detto infatti il sindaco Domenico Lombardi – “questa ormai era la sua città. Sono commosso, per me oltre ad essere uno dei più grandi scultori al mondo, era anche un amico, un uomo di straordinaria sensibilità e valori, un poeta della vita. Ci siamo confrontati molto su cultura e arte e sui valori umani. La città gli renderà il giusto omaggio.

Di omaggi da artista ne ha ricevuti in tutto il mondo. Nacque a Oederamm nel ’44, e dopo aver frequentato il liceo artistico si iscrisse all’accademia di Belle Arti di Cracovia, dove ebbe come insegnante Tadeusz Kantor, e nel ‘67 partecipò ad una collettiva alla Galleria Krzysztofory. Nel ‘68 arriva a Parigi, dove si iscrisse all’École National Supérieur des Beaux-Arts. Da allora una serie di successi e di lavori lo portarono a realizzare sculture in tutto il mondo, ma forse uno dei suoi lavori più belli rimane quello realizzato la primavera scorsa in piazza dei Miracoli a Pisa. È   la prima volta che i lavori di uno scultore contemporaneo sono ospitati lì, ai piedi della celebre Torre pendente. Vi è una assonanza che ancora nessuno ha notato tra la straordinaria Torre di Pisa e le tre opere posizionate dove nessun artista contemporaneo ha mai giganteggiato nel confronto con la storia: l’Icaro che guarda la Torre, e i due busti mutili di angeli caduti che svettano ai due ingressi del Museo, davanti alla cattedrale. In tutte, torre compresa, la superba bellezza classica parla con una voce che timida sussurra ai segni di una mutilazione, di uno sbaglio, in sintesi di una carenza e di una imperfezione, e insieme raccontano dell’oscuro limite rappresentato dall’incompiutezza e dalle deficienze della fragilità umana.

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