Gli Stati Uniti di Barack Obama sono tornati a volare – Il Paese da cui nel 2008 è partita la crisi economica, poi diventata globale, ora cresce a un ritmo sostenuto e in costante accelerazione. Ha chiuso il 2013 col Pil a +2% e per il 2014 dovrebbe far segnare un +3%, decimale più, decimale meno. L’aumento del Pil traina con sé numeri positivi anche nel mercato occupazionale, che, dopo essere crollato nel periodo più buio della crisi, ora vede gli americani fare meno fatica a trovare un posto di lavoro, capaci, loro, di accontentarsi di un salario almeno inizialmente più basso piuttosto che restare a casa a fare la maglia in attesa dell’assunzione ideale, nel luogo ideale, allo stipendio ideale e nel settore che si è sempre sognato. La flessibilità che ha sempre contraddistinto il popolo americano, insomma, sta contribuendo a segnare le differenze tra un continente che è tornato a correre e uno, quello europeo, che arranca, litiga e s’impantana.

L’Europa resta coi piedi a terra – L’incapacità dell’Europa di farsi Unione effettiva e mettere in campo così rimedi che la tirino fuori dalle secche nel suo complesso è ormai un fattore che diventa sempre più incipiente e che sta avendo come contraltare il progressivo affossarsi anche di Paesi che dovrebbero fungere da traino. Vedi la Francia. Per questo non riusciamo a seguire gli Stati Uniti fuori dalla crisi così come l’avevamo seguita nel baratro. Ma un aiutino dall’altra costa atlantica potrebbe arrivare, ancora una volta. E potrebbe farlo attraverso uno degli elementi che stanno consentendo a Washington di correre a forte velocità: l’energia.

Lo shale gas, il turbo degli States – E’ questo infatti uno degli elementi di novità che stanno caratterizzando il rilancio a stelle e strisce. Novità non perché lo shale gas sia un ritrovamento dell’ultim’ora nel sottosuolo americano, ma perché su di esso sono stati effettuati investimenti che ora si stanno rivelando più che redditizi per il complesso dell’economia statunitense. Nuove tecnologie di trivellazione e conduzione facilitano il reperimento e la trasformazione dello shale gas, alla ricerca del quale le maggiori compagnie petrolifere stanno esercitando sforzi sempre più consistenti. Si è stimato infatti che ci dovrebbero essere riserve di gas naturale sufficienti per i prossimi 100 anni, mentre quelle effettivamente individuate al giorno d’oggi basterebbero per i prossimi 11 anni. Ci sono circa 90 anni di vita energetica ancora tutti da scoprire.

Un tesoro nel giardino – E scoprirli significa anche denaro cash just-in-time per molti americani. Perché, a differenza dell’Italia, chi negli Usa possiede un terreno ne è proprietario per intero, ovvero sono suoi sia la superficie sia il sottosuolo. Di conseguenza, quando le compagnie petrolifere individuano un nuovo giacimento di shale gas versano nelle casse del proprietario terriero centinaia di migliaia di dollari per acquistarglielo. In sostanza, ci sono decine e decine di statunitensi che avevano a loro insaputa un tesoro sotto i piedi in grado di cambiargli la vita, mentre centinaia di altri ancora non sanno di essere baciati dalla fortuna. E questo, seppure in minima parte, è un beneficio indiretto che lo shale gas trasferisce all’economia di Washington.

Togliere il freno a mano di Nixon – Economia di Washington che dallo shale gas potrebbe godere di un ulteriore vantaggio, il quale, tornando così qualche paragrafo più su, potrebbe anche rappresentare una boccata d’ossigeno e una prospettiva più serena anche per l’Europa e per l’Italia. Se solo lo potesse esportare. Dal 1973, infatti, sotto la presidenza Nixon, in piena Guerra Fredda, vige negli States il divieto assoluto di esportare petrolio. Divieto che negli ultimi mesi ha iniziato a scricchiolare, soprattutto dopo lo scoppio della crisi Ucraina, che ha messo in discussione rifornimenti e prezzi di gas e petrolio provenienti da est. A fine giugno, infatti, il dipartimento del commercio americano ha autorizzato l’esportazione di condensati semilavorati del petrolio. Sembrava il primo passo, cosicché le richieste dello stesso materiale sono fioccate su Washington, che ora ha fatto un passo indietro in attesa di studiare regole che valgano per tutti nell’export dei condensati.

L’Europa attende assetata – Uno stop che ha spento qualche speranza sia fuori che dentro i confini americani, ma che può anche essere letta come un temporeggiamento utile a fare riflessioni più ampie sulla vendita all’estero delle risorse energetiche statunitensi. Rompere quel quarantennale divieto potrebbe infatti significare per gli Usa possedere una potente arma concorrenziale nei confronti non solo della Russia di Putin, ma anche nei confronti di quei Paesi mediorientali dai quali l’occidente si fa spesso porre sotto ricatto quando si tratta di dover risolvere anche delicate questioni di sicurezza. L’Isis e i suoi rapporti col petrolifero Qatar sono un esempio bello fresco a portata di mano. Ma potrebbe anche significare trovare nell’Unione Europea il principale mercato di riferimento, che vedrebbe così calare i prezzi globali di gas e petrolio grazie all’immissione delle risorse americane e potrebbe divincolarsi anche politicamente dalla stretta che Putin può oggi esercitare aprendo e chiudendo i rubinetti di energia a suo piacimento. Insomma, l’economia europea troverebbe una sorgente d’aria, quella americana un’ulteriore fonte di guadagno e gli equilibri geopolitici che oggi conosciamo potrebbero essere riscritti con una mano più libera.

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