Il nuovo codice d’abbigliamento per gli studenti – Atatürk deve aver avuto un sussulto nella tomba quando, qualche giorno fa, il governo turco ha abbattuto con un decreto uno dei pilastri dello stato laico eretti proprio dal padre della Turchia moderna: il divieto di indossare il velo nelle scuole medie e superiori. Divieto che nelle università era stato abolito già nel 2008 con un riforma costituzionale, che venne però annullata dalla Corte poco dopo. Vedremo se il supremo organo di garanzia turco interverrà anche in questo caso, contro un provvedimento che, se da un lato non proibisce più di entrare nelle scuole a capo coperto, dall’altro obbliga a presentarsi a “volto riconoscibile”, proibendo barba, baffi, trucco e capelli tinti (oltre ai tatuaggi e piercing). Una misura un po’ contraddittoria se alla sua base c’è l’intenzione di favorire la riconoscibilità degli studenti, meno se invece la si legge sotto il profilo culturale e religioso. Esso pare infatti andarsi a innestare in un disegno che il presidente turco Erdogan ordisce ormai da qualche anno e che va esattamente nella direzione opposta rispetto alla strada tracciata da Atatürk.

Erdogan, l’opposto di Atatürk – Se quest’ultimo infatti, nel primo dopoguerra, costruì la Repubblica turca attraverso un’opera di forte rifondazione culturale del suo popolo, puntando con determinazione su una base laica della società e modellandola più sui costumi occidentali che su quelli mediorientali, Erdogan, soprattutto dalla seconda parte del suo premierato a oggi, sta muovendo verso un’islamizzazione dello Stato che incontra non poche resistenze, soprattutto tra le donne. Il che, invece di avvicinare la Turchia all’Unione Europea, non fa altro che allontanarla.

Erdogan allontana l’Ue – Se inizialmente, infatti, Erdogan mise in atto una serie di riforme che puntavano decise ad accelerare l’ingresso di Ankara come membro effettivo dell’Ue, egli stesso poi operò un’inversione di tendenza che sembrò una sorta di ripicca nei confronti del rallentamento subito dai negoziati soprattutto ad opera dell’Austria e poi della Francia, che frenò con Sarkozy l’entusiasmo di Chiraq. Se è vero infatti che Erdogan abolì la pena di morte e aprì notevolmente ai diritti della minoranza curda, nulla mai fece nei confronti della condizione della donna, del rispetto delle regole dell’Organizzazione internazionale del lavoro e dell’utilizzo dell’esercito. Anzi, soprattutto riguardo alle donne, Erdogan ha spesso mostrato la sua natura di leader del partito islamico più che quella di premier o capo di Stato. E il codice di abbigliamento appena pubblicato nella Gazzetta Ufficiale ne è solo l’ennesima dimostrazione, dopo vari tentativi e dichiarazioni che egli ha spesso lesinato negli ultimi anni.

Il doppio gioco turco – Misure, peraltro basilari, come l’abolizione della pena di morte appaiono insufficienti a fare della Turchia un candidato credibile all’ingresso nell’Ue, soprattutto se confrontate con una realtà che vede le zone extracittadine del Paese ancora alle prese con pratiche medievali e barbare, quali l’uccisione, per mano del padre e dei fratelli, delle bambine che, a 10-12 anni, non accettano il matrimonio o il marito su cui le famiglie si sono accordate. Contro questi sedimenti culturali, che vedono nella regolare discriminazione della donna le sue manifestazioni meno violente, il governo turco non ha mai mosso un dito, mentre con l’altra mano tentava di mostrarsi “attraente” ai partner europei per accelerare il proprio ingresso nell’Unione.

Ce la farà mai la Turchia a entrare nell’Ue? – Ingresso che la condotta di Erdogan ha ormai definitivamente fatto arenare, dal momento che ormai dal 2006, cioè dall’ultima richiesta di avvio delle trattative da parte della Commissione europea al Consiglio d’Europa, non vi sono più stati progressi effettivi. La linea contraria all’ingresso della Turchia nell’Unione si basa su fondamenta solide, che vanno dalla questione dei diritti umani allo spostamento dei confini europei adiacenti a Paesi fortemente instabili come Siria e Iraq. Oltre all’ormai annosa diatriba sulle fondamenta cristiane della cultura continentale. Serviranno dunque ad Ankara sforzi nettamente superiori e di segno opposto a quelli messi in campo da Erdogan per avere qualche speranza di riavvicinamento all’Ue. Anzi, servirà forse un presidente del tutto nuovo per guidare la Turchia in questa difficile impresa a cavallo tra due continenti e tra due diverse culture.

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