Pereira e la funzione dell’intellettuale – «Qualcosa come?, rispose Pereira. Beh, disse la signora Delgado, lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa. Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione […] Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà». Questo breve dialogo estrapolato dal film “Sostiene Pereira” di Roberto Faenza e tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, mette in luce la figura dell’intellettuale e il suo compito, il suo dovere nei confronti della società in cui vive. Una funzione, in realtà, che sta svanendo con il trascorrere degli anni. La situazione era diversa nell’ambientazione del film, dove Marcello Mastroianni, che interpretava il giornalista Pereira, viveva nel 1938, all’alba del secondo conflitto mondiale e nel pieno dei regimi europei.

Non esistono più figure come Sciascia e Pasolini – Da quel momento in poi molte cose sono cambiate. L’Italia non ha più conosciuto intellettuali impegnati e del calibro di Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Giovanni Gentile, Piero Gobetti. Pasolini, Sciascia e Bobbio sono stati gli ultimi grandi maestri. Personaggi in grado di contestare la loro parte politica, come fece Pasolini quando evidenziò una sorta di antisemitismo in una parte dell’ex Pci e Bobbio quando criticò con durezza il segretario comunista Palmiro Togliatti. Oggi questi esempi sono lontani e si confondo nel tempo. I vari girotondi hanno avuto la sola conseguenza di far girare la testa e confondere le idee e quei pochi uomini di cultura che si cimentano in politica e provano a influenzare il panorama nazionale, sono guardati con diffidenza e sono screditati da decisioni personali discutibili. Non è soltanto l’epoca di internet ad aver fatto voltare pagina. E’ vero che la cultura è stata modellata dalla rete, ma l’intellettuale e la sua responsabilità avrebbero dovuto resistere a queste novità.

Senza responsabilità non c’è intellettuale – Sarebbe dovuto evolvere e non scomparire del tutto. Perché è accaduto ciò? Forse occorre andare oltre i motivi tecnologici e riflettere sulla parola responsabilità. Questo termine, al mondo d’oggi, ha ancora un valore centrale nella società? Nell’epoca in cui tutti sfuggono dalle proprie responsabilità, non vedo perché l’intellettuale debba insistere su un simile punto. Come gli altri l’ha ignorato, ma l’indifferenza verso una simile parola equivale all’eutanasia per l’intellettuale, che cessa di adempiere alla sua funzione principale. Senza responsabilità non c’è intellettuale. Oggi si chiude in una torre d’avorio nel bel mezzo di un bosco ombroso e con il trascorrere del tempo rischia di essere dimenticato e ricordato dalle generazioni future come una figura mitica, uscita dai libri dei fratelli Grimm. Il principio sulla responsabilità espresso dal filosofo e teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, che ha subito l’influenza del protestantesimo, è lontana. Quell’idea di responsabilità intesa come agire per il bene di chi dipende da noi, era un voler abbandonare l’individualismo sfrenato per abbracciare l’altro. Impossibile nell’epoca contemporanea, sosterrebbe Pereira.

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