Il paradosso democratico – I dati mostrati nella giornata di ieri dal quotidiano “La Repubblica” sul tesseramento del Partito Democratico, mostrano una perdita di ben 400 mila tessere nell’arco di un solo anno solare. Qualche anno fa non avremmo esitato a definire questa tendenza un disastro, un crollo del partito, la fine della storia politica di un movimento. Invece, oggi, questi dati possono apparire paradossali. Come fa il Pd a perdere ben 400 mila iscritti in dodici mesi e a diventare, durante le elezioni europee, il primo partito politico italiano con addirittura il 40,8 per cento? Numeri che l’hanno posto sullo stesso piano degli anni d’oro della Democrazia Cristiana. Il grande partito, insieme ai comunisti, che nel Novecento raccoglieva migliaia di tessere. Come fa un partito politico contemporaneo a raggiungere le percentuali della Dc e a perdere tesserati in maniera così evidente? I motivi sono molteplici, ma non sono riconducibili a quello che ha detto l’ex segretario Pierluigi Bersani.

Cambia la società, cambia il partito – L’ex ministro ha messo in dubbio la parola “partito” nel Pd: «Un partito fatto solo di elettori e non più di iscritti, non è più un partito». Un’affermazione che mostra la lontananza della visione della vecchia guardia, e non solo, dal concetto di partito in un’epoca contemporanea. Il principale protagonista della scena pubblica del Novecento, infatti, è cambiato. I circoli diventano dei luoghi per appassionati e non per i cittadini e le conferenze dei vari partiti, spesso e volentieri, sono dei fallimenti che non riescono a coinvolgere la popolazione, ma soltanto gente vicina al partito per un motivo o per un altro. Il Pd, come i vari movimenti europei, non è più un partito così come eravamo abituati a intenderli negli anni precedenti. Quell’eccessiva identificazione è venuta meno. Le idee circolano con maggiore facilità e attraversano con forza i nuovi partiti, i quali non hanno più le strutture mentali e organizzative per contrastare un simile fenomeno.

La degenerazione del tesseramento – La cittadina e il cittadino non hanno più interesse ad avere la tessera in tasca. Conta andare a votare, anche alle primarie. E’ li che si manifesta il legame con una determinata idea politica. Oltre i cambiamenti sociali, che hanno condotto le persone a guardare da un’altra prospettiva la politica, c’è un fattore organizzativo. La vittoria di Matteo Renzi ha interrotto, in buona parte, la mercificazione del tesseramento. I padroni locali si organizzavano per mantenere il loro potere, facendo tesserare chiunque. Messina è un esempio. Quando la città dello Stretto parlava il dialetto genovese, le persone che venivano portate a votare alle primarie con tanto di tessera chiedevano al loro autista politico di turno «per chi dobbiamo votare?», oppure il giorno dopo li vedevi a una manifestazione di Fratelli d’Italia. Le tessere, occorre ricordarlo, sono anche uno strumento per esercitare una sorta di potere politico sul territorio.

Il muro contro muro che fa perdere tesserati – Far tesserare tanta gente, spesso con i propri soldi, per il consigliere di quartiere di turno è un’opportunità per mostrare al grande capo il suo peso in una determinata zona. Una vera e propria mentalità mafiosa. Messina non è l’unico caso e così il successo del rottamatore alle primarie del Pd, ha interrotto questo modo di agire. E’ anche per un motivo del genere che il tesseramento è venuto meno. Poi c’è il muro contro muro nel Pd. Renziani da una parte e sinistra storica dell’altra. Non c’è stata unione dopo le primarie. Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni e così le scelte della segreteria hanno compiuto il miracolo di scontentare tutti, sia quelli che criticano le azioni di Renzi, sia quelli che appoggiano il premier e non sono entusiasti di un partito che tarda a cambiare. Quando si risolverà questa diatriba, forse, i tesseramenti torneranno ad aumentare. Ciò non toglie che è giunta l’ora di pensare a qualcosa di alternativo per avvicinare la gente alla politica attiva e smetterla di guardarsi sempre indietro.

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