Dagli ombrelli ai cazzotti – Le immagini della pacifica protesta degli studenti di Hong Kong, che ormai da giorni occupano le strade della regione amministrativa speciale cinese, ci restituiscono ora scene di scontri, arresti, feriti. Come forse era inevitabile che fosse. La situazione è degenerata nelle ultime 48 ore, quando agli #OccupyCenter si sono frapposti gli Anti-Occupy, altri cittadini che, al contrario dei manifestanti, vogliono mantenere lo status quo e sono favorevoli al controllo cinese su Hong Kong. La polizia, almeno davanti alle telecamere, è intervenuta a dividere le due fazioni, ma molte delle persone in strada da giorni contro il governo di Pechino hanno accusato le forze dell’ordine di aver lasciato gli Anti-Occupy liberi di aggredire i manifestanti in molte zone della regione. Su Twitter circolano foto di uomini in pantaloncini e maglietta, tatuati sui bicipiti, che girano a pestare gli #OccupyCenter e molte testimonianze raccolte da fonti d’agenzia, tra cui l’Ansa, confermano la presenza di componenti “organizzate” contro i manifestanti. Si tratterebbe, secondo Benny Lai, uno degli organizzatori delle proteste, di membri delle cosiddette “triadi”, associazioni mafiose del sud della Cina favorevoli al governo di Pechino. “E’ la solita tattica comunista di usare la gente contro la gente per eliminare coloro che non gli sono graditi” – gli fa eco Martin Lee, fondatore del Partito democratico di Hong Kong.

Addio dialogo – Sia quel che sia, le aggressioni subite dagli #OccupyCenter sono bastate a far saltare il dialogo che sembrava ormai cosa fatta con il governo del paradiso fiscale cinese: “la polizia ha chiuso gli occhi di fronte agli attacchi di cui siamo stati oggetto” – ha scritto la Federazione degli studenti che protestano – “non abbiamo altra scelta che cancellare gli incontri previsti col governo”. Governo che, dal canto suo, non molla. Il premier Leung Chun-ying non ne vuole sapere di cedere alle richieste di dimissioni da parte dei manifestanti e la situazione sembra avviata a un muro contro muro che vede favorito il più forte: la Cina, che regge il governo di Hong Kong e non ha nessuna intenzione di mollarlo. Perché?

Un porto fondamentale e una floridissima manifattura – Perché l’ex colonia britannica ha un’importanza fondamentale per l’economia cinese e perderla non significherebbe soltanto un segnale di debolezza politica, ma rappresenterebbe anche un danno rilevante per gli affari di Pechino. Hong Kong basa gran parte delle sue fortune sul vivacissimo porto, il più grande tra Shangai e la penisola indocinese: esso, fin dal periodo britannico, è crocevia di intensissimi scambi commerciali con l’estero e il punto di approdo per gli investimenti stranieri in Cina. Gran parte delle navi che vediamo partire dalle nostre banchine cariche di container destinati a Pechino hanno in Hong Kong la loro meta. Ma il luogo delle proteste di questi giorni non è solo il più importante canale di commercio con l’estero per la Cina, perché soprattutto dopo la restituzione a Pechino, da cui sono arrivati tantissimi immigrati specializzati, ha sviluppato una florida industria manifatturiera, dal tessile all’elettronica, dall’abbigliamento alle navi, dai preparati chimici agli orologi. Il tutto, manco a dirlo, oggetto di esportazione presso partner commerciali come il Giappone, la Germania, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e la Gran Bretagna.

L’economia capitalista più libera del mondo – Ma non sta solo qui la fortuna rappresentata da Hong Kong per la Cina, perché mantenere il controllo su questa regione significa per Pechino possedere l’economia capitalista più libera al mondo, secondo una speciale classifica stilata da Wall Street Journal ed Heritage Foundation che vede l’Italia all’86° posto. Il che per un regime comunista potrebbe apparire addirittura blasfemo, ma per un sistema politico-economico come quello cinese è tutto grasso che cola. E che si desidera continui a colare. Anche perché Hong Kong, grazie appunto al florido capitalismo che ha costruito dal controllo britannico in poi, è non solo un paradiso fiscale per cinesi e non, ma è anche la settima borsa valori più grande del mondo, che continua ad attirare nei suoi listini società e capitali dai sette continenti. Insomma, fortuna che crea fortuna, nella finanza, nel commercio e nell’industria: un piatto troppo ricco e troppo gustoso per lasciarselo portare via da un manipolo di studenti assetati di libertà.

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[Lo skyline di Hong Kong, Cina – PHILIPPE LOPEZ / AFP / Getty Images]

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