Chiesa di S. di San Pietro
Chiesa di S. di San Pietro - Foto di Andrea Jakomin/Blogtaormina ©2014

Taormina e i cambiamenti urbani nell’Ottocento – Alfio Calì, studioso catanese e uomo che aveva abbracciato gli ideali romantici della libertà e della patria, per un periodo soggiornò a Taormina e così scriveva: «Il colera scoppiato in Palermo nel settembre 1885, minacciando d’invadere l’intera Sicilia, mi cacciò in Taormina, che è quasi per la sua topografia, un sicuro ricovero. Io sapeva in parte la passata grandezza di Taormina, ma non poteva immaginare che quella macchietta di case bianche, lanciate su quelle alture, che spesso aveva osservato passando sulla vaporiera, fossero una incantevole e simpatica cittadina». Siamo in periodo post-unitario e già talune infrastrutture sono state realizzate durante il periodo borbonico, tra cui la stazione ferroviaria e la strada che collega la parte che va dal Capo Taormina sino alla città, ossia la via Luigi Pirandello.

La via Pirandello, nuova via di accesso alla città – La strada, fu costruita negli anni tra il 1825 e il 1830 e consentiva l’accesso alla città, saltando l’antico percorso della via Consolare Valeria che obbligava a passare dalla zona di Giardini, salire in città, attraversare il Corso Umberto e ridiscendere dall’altro lat,o per continuare verso Messina. Con la realizzazione di una nuova rete viaria giù alla marina, si risparmiava tempo. In precedenza, la zona che dal punto nominato “Catrabico”, fra Isolabella e Capo Taormina, non aveva strada ma la roccia precipitava in mare. I lavori per la via Pirandello però distrussero in gran parte, quella che era stata un’antica area cimiteriale di vaste proporzioni e che includeva la Chiesa di S. Pietro.

La Taormina bizantina – L’impero di Costantino ebbe tra i suoi effetti quello di dare ufficialità di religione al Cristianesimo, e nuova forza all’Oriente, durante la fase finale dello sgretolamento dell’impero romano, sotto la spinta delle invasioni barbariche. L’imperatore Teodosio diviso in due l’impero, nel 476, farà ricadere l’isola sotto la propria giurisdizione ma la Sicilia sarà soggetta alle scorribande di Vandali e Ostrogoti sino a quando nel 535, Giustiniano la invaderà e questa entrerà a far parte dei territori dell’impero bizantino. Il contatto con la cultura greca mai venuto meno, avrà un nuovo impulso. Il centro bizantino d’eccellenza in Sicilia, la capitale della provincia, sarà Siracusa ma anche Taormina per la sua strategica posizione, avrà ruolo non secondario e nell’ultima fase dell’impero, diverrà capitale.

La chiesa di S. Pietro e gli scavi archeologici per stabilirne la datazione – La chiesa di S. Pietro, si trova sulla via Pirandello e mediante una scalinata adiacente all’edificio si può raggiungere comodamente la via Bagnoli Croce ed in pochi minuti raggiungere il Corso Umberto. L’archeologo inglese Edward Augustus Freeman, fece degli scavi nell’area circostante la chiesa e ne dedusse che l’edificio fosse stato costruito su un precedente tempio greco. Altri scavi furono condotti, dal 1732 al 1742 da Biagio De Spuches, Duca di S. Stefano, che ritrovò diversi resti architettonici e una testa di Zeus. Nel 1763, il D’Orville, dentro la chiesa, rinvenne la cosiddetta “Tavola dei Ginnasiarchi” con l’elenco dei nomi dei magistrati che reggevano il Ginnasio; la stele rotta in due pezzi era murata nei pilastri a sostegno delle arcate della chiesa, che poi furono conservati nel convento dei Cappuccini.

Le testimonianze della presenza delle comunità cristiane – La presenza delle prime comunità cristiane a Taormina deve essere fatta risalire al IV-V secolo d. C. pur se si suppone, non fosse una presenza omogenea. Ma già nel VI secolo, la società si va cristianizzando e ciò si evince anche dall’aumento considerevole delle “Vite di Santi”, tra cui vi è quella del santo patrono, Pancrazio. La redazione delle “Vite” serve da linfa per la diffusione della nuova fede e il distacco dagli antichi culti pagani. Ammettendo la fondazione della chiesa di S. Pietro su resti greci, il nucleo più antico dovrebbe dunque essere paleo-cristiano e successivamente riadattato secondo lo stile bizantino della Cuba, la tipica chiesa del tempo; ciò sembra essere testimoniato dall’abside sporgente che è accanto alla facciata, erroneamente intesa come abside della cripta ma che doveva costituire invece il corpo originario. Sebbene, vi sia una discordanza di fonti e qualcuno pone la datazione direttamente al XIV secolo. Di certo, l’edificio ebbe vari aggiustamenti nelle diverse fasi storiche della città come ad esempio la facciata che è databile al XVIII secolo, con il portale che ha stipiti ed architrave in pietra di Taormina e segue lo stile tardo barocco.

L’interno della chiesa si può far risalire al Trecento – L’interno è diviso in tre navate, separate da arcate a sesto acuto che danno l’idea di maggior ampiezza. Particolare è l’altare posto sopra un basamento di marmo rosa di Taormina, costituito da un motivo architettonico di cinque colonnine che sorreggono quattro archi acuti a carena ribassata, a più strati e con decori a trilobi nella parte interna. E dietro l’altare, nell’abside che è sormontata da un arco a sesto acuto, sono visibili degli affreschi quattrocenteschi che vennero ricoperti nel XVIII ma che l’umidità, scrostando il muro, ha riportato alla luce. Essi raffigurano i dodici Apostoli.

Pietro e S. Pancrazio un rito comune – La chiesa è titolata a S. Pietro che insieme a S. Pancrazio appartiene ad uno dei riti religiosi più importanti per la città: la celebrazione della festa del patrono Pancrazio che avviene ogni anno, il 9 di luglio. S. Pietro è legato a Pancrazio per via della leggenda che vuole S. Pancrazio convertito da Pietro alla vera fede e che venne a trovarlo quando fu insignito del vescovato a Taormina. La storia è presente all’interno di una Vita di Pancrazio attribuita al suo discepolo Evagrio. Di fatti, quando il 29 giugno si celebra la festa dei SS. Pietro e Paolo, la statua di Pietro qui custodita, viene portata in processione sino alla chiesa di S. Pancrazio, e durante le celebrazioni viene rievocato l’incontro tra Pietro e il Patrono, sulla salita S. Pancrazio. La statua del santo è in cartapesta, fatta risalire al XVI secolo e la vara, viene condotta in processione dai pescatori, di cui S. Pietro è il protettore.

La chiesa come luogo privilegiato di sepolture – Sotto la pavimentazione della chiesa sono state ritrovate numerose sepolture e una lapide del 1714, recante un’iscrizione latina che è un’invocazione a S. Pietro e che si riporta qui tradotta: «Fra le turgide onde di un mare procelloso siamo agitati, o mortali, ed un vento crudele travaglia i fianchi alla nostra fragile barchetta, la quale, battuta tra gli scogli tiranni della morte, spera finalmente, o Pietro, col tuo aiuto di giungere alla pace del porto». In effetti, la chiesa ha ospitato sepolture, sino ai primi anni ottanta e le ultime sono state quelle del Prof. Giuseppe Caronia e della moglie.

L’area circostante la chiesa e l’antica necropoli – Sull’origine della necropoli, ci sono stati studi e rilevamenti archeologici nel corso del tempo. Stabilito che si tratta di tombe di epoca tardo-imperiale e bizantina, quelle attualmente visibili lungo la via Pirandello alta, al di fuori della cinta muraria che cingeva la città, sono dei loculi-alveare, con metodo detto “colombario”, realizzati su due piani, in spessa muratura. L’intera necropoli era molto più estesa e di certo, dopo la conquista araba del 902, la funzione cimiteriale rimase inalterata ed è probabile che il luogo preposto allo svolgimento dei riti funebri, fosse la chiesa bizantina di S. Pietro, che tornò ad esser di nuovo cristiana con la riconquista normanna, assumendo la funzione definitiva durante il 1300.

La passione degli archeologi e degli antiquari – L’esplosione degli scavi archeologici, avviene in concomitanza con l’epoca del Grand Tour e il giungere dei primi viaggiatori stranieri, inglesi, francesi e tedeschi nel secolo diciottesimo e diciannovesimo. Di questo, si rese conto anche l’archeologo Paolo Orsi, a cui si deve lo scavo e la scoperta della necropoli sicula di “Cocolonazzo”, avvenuta nel 1910, nella zona tra Madonna della Rocca e Castelmola. Paolo Orsi conosceva bene le ricerche effettuate nei secoli precedenti, che avevano anche favorito la nascita del mercato antiquario, ed ebbe interesse verso Taormina da appassionato d’arte e memorie antiche. Conobbe in queste circostanze, il Prof. Cacciola e la moglie Lady Trevelyan, che collezionava oggetti e libri antichi e fu girando per la città, che s’imbatté in una sorprendente scoperta.

Gli ori bizantini, probabile corredo funebre – Fu proprio Paolo Orsi a scrivere, nel 1910: «Un decennio addietro comparvero sul mercato antiquario di Taormina, frequentato da acquirenti di tutto il mondo, alcuni bellissimi ori, anzi orecchini esclusivamente, che io giudicai bizantini ». Gli ori, sono custoditi nel museo a lui titolato, di Siracusa, ma confermano la presenza importante dei bizantini in città e rendono plausibile anche l’esistenza di maestri orafi locali e di botteghe che emettevano pezzi pregevoli e non inferiori alla capitale Bisanzio. Apparsi sul mercato antiquario, è probabile provenissero dall’antica necropoli, poi eliminata dalla costruzione della nuova strada.

Nuovi scavi tra gli anni ottanta e gli anni novanta del Novecento – La dottoressa Cettina Rizzo, a seguito di scavi effettuati dal comune, lungo la via Pirandello per la posa dei tubi per le acque bianche e quelle nere, in uno studio del 1996, ha evidenziato che nel giardino dell’hotel Villa Carlotta è stata ritrovata una vasta porzione dell’area cimiteriale antica, poi distrutta a seguito della costruzione della rotabile Giardini – Taormina nel 1800. Sono stati rinvenuti dei loculi affiancati parallelamente, in muratura grossolana, misti di pietre e laterizi e intonacati internamente e esternamente, con copertura a volta, apertura quadrangolare ma non sono stati trovati scheletri.

Nel tratto di via Pirandello antistante alla chiesa di S. Pietro, sono state scoperte altre tombe di epoca tardo-imperiale e proto-bizantine. Sepolture a cassa in muratura dove sono stati impiegati materiali di recupero del “tipo tegoloni romani” insieme a lastre marmoree. E queste sepolture furono usate sino all’epoca del tardo Medioevo.

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