“Quello che non ci uccide ci rende più forti”. L’ha scritto nel 1888 il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. La massima di Nietzsche è il leitmotiv di un libro recente di Anna Oliverio Ferraris e Alberto Oliverio, intitolato “Più forti delle avversità”, che parla di resilienza: la capacità psicologica di riprendersi reagendo ai traumi e agli errori. Resistere, resistere, resistere, insomma, o come avrebbero detto i nostri nonni “tener duro”. Da studi psicologici sembra che, di fatto, siamo tutti già resilienti sin dall’inizio del mondo e sin dalla nostra procreazione. Da quando cioè Adamo ed Eva hanno dovuto risolvere il problema del litigio con Dio a quando il nostro spermatozoo ha intrapreso una pazza corsa al massacro verso l’ovulo e ha vinto.

Certo però che non lo siamo tutti alla stessa maniera. Ecco perché ci sono persone che hanno passato momenti critici e dolorosi rimanendo uomo o donna in tutta la loro dignità e chi invece si è abbattuto, si è estinto alla prima difficoltà. La resilienza è quindi una caratteristica della personalità piuttosto diffusa: c’entrano senso d’identità, fiducia in se stessi, forti convinzioni, capacità di avere relazioni, di creare nuovi legami con altre persone e di solidarizzare, di condividere, di restare aperti, di coltivare l’ottimismo e di immaginare. Aggiungerei un sano humour. E’ scientificamente provato, infatti, che l’humour riduce lo stress. Per aumentare la resilienza, studiosi del settore hanno stilato un pentalogo, che visto i tempi di crisi, è bene imparare e applicare.

Innanzitutto avere la stima di qualcuno che credi in gamba ed essere rassicurato sul fatto che lo sforzo che stai facendo avrà un esito positivo; accettare che il campo da gioco della vita si può allagare, che liberarlo fa parte della partita e che per iniziare a giocare come prima si deve fare qualcosa di non previsto e sgradevole; essere certo che puoi superare gli ostacoli, e su questa certezza costruire altre certezze, in un circolo virtuoso più alto e più grande, che abbraccia tutta l’esistenza, senza così perdere il senno e desiderare cose impossibili; essere persuaso che nessuno è migliore di te, ma anche che nessuno è peggiore di te, e che sei chiamato a spingere, con serenità e caparbietà, fino al limite estremo questa tua eccellenza, indipendentemente da quanto lontano esso sia; sapere che a volte non c’è proprio da discutere e, dopo un’adeguata riflessione, si deve agire.

“Più forti delle avversità” parla anche di “scuole resilienti” e di “aziende resilienti”. Nel primo caso un insegnante bravo e preparato è in grado di compensare la situazione familiare carente o lo svantaggio sociale dei ragazzi; nel secondo, invece, le caratteristiche che rendono resilienti le aziende sono un forte senso d’identità, la capacità di adattarsi al cambiamento storico-sociale, la vocazione a investire in settori diversi anche a rischio di qualche fallimento. Di ”resilienza” si parla ormai da diversi anni come un concetto che, mutuato dalla tecnologia dei materiali e relativo alla capacità di resistere agli urti, è entrato a far parte di diversi ambiti, come ecologia, scienze politiche, psicologia. E non è un caso che in un momento di crisi economica e incertezza dei mercati sia proprio il mondo degli affari a guardare a essa con interesse sempre crescente. Non illudiamoci però che una soluzione resiliente è sempre possibile e adatta per tutte le circostanze e soprattutto che sia una soluzione facile e indolore ai propri problemi: la resilienza non potrà risolverli sempre e tutti ”a costo zero”. Essere resilienti comporta sforzi enormi e continui, ma si sa: chi la dura la vince.

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