Il cabaret e l’ostacolo dei social network – E’ proprio vero. La crisi in Italia è in quasi tutti i settori, anche quelli più solidi, che nel corso degli anni non hanno mostrato segni di cedimento. Anzi, sono cresciuti a dismisura. Mi riferisco al mondo della comicità, che da qualche anno da segnali preoccupanti, di involuzione. Come fa notare Aldo Grasso sul “Corriere della Sera”, in parte questo ridimensionamento è dovuto al ruolo dei social network che permettono di condividere qualsiasi cosa in un lasso di tempo molto ristretto. In effetti è proprio così. Sono sempre meno gli spettatori che attendono di guardare un programma in tv. Tanto c’è il computer, che può essere utilizzato in qualsiasi momento della giornata. Non occorre attendere le 21 circa e annoiarsi tra un intervallo pubblicitario e l’altro. Ma l’avvento dei social non è il solo motivo che ha condotto i programmi da cabaret a rintanarsi in un piccolo recinto. Ci sono altre cause.

E’ finita l’era della comicità in stile Zelig? – Quando Claudio Bisio aveva deciso di concludere la sua lunga esperienza a Zelig, ci aveva visto lungo. Era riuscito a comprendere che quel programma di successo di Mediaset aveva raggiunto l’apice. Oltre non si poteva andare, soprattutto in vista dei rapidi cambiamenti dell’epoca contemporanea. Per diversi anni Zelig è stato un punto di riferimento della comicità italiana. Negli anni del muro contro muro tra berlusconiani e antiberlusconiani, il programma di Canale 5 era una sorta di ponte che mischiava le due fazioni. Parlare anche contro l’ex presidente del Consiglio, prenderlo in giro, era possibile proprio su Zelig, la trasmissione ospitata dalle reti di proprietà della famiglia Berlusconi. La satira politica era un elemento essenziale del successo di Zelig. Da quando Bisio ha deciso di concludere la sua esperienza, però, qualcosa è cambiato. Zelig è finito in secondo piano, anche se quest’anno si cerca di rilanciarlo con la simpatia di Mr. Forest. E’ una crisi del settore (non solo di Zelig), di tutto quello che c’è intorno, caratterizzato da vari programmi comici che mostrano evidenti limiti.

Il nuovo cabaret – Colorado e Made in Sud, tanto per fare degli esempi, sono due trasmissioni poco riuscite che raccontano la nuova difficoltà dell’italiano di saper scherzare. Una delle caratteristiche principali del cittadino del bel Paese sta venendo meno? Forse è così e in parte è la crisi economica e lavorativa a influenzare l’atteggiamento delle persone. Ma c’è dell’altro. Il comico, quando parla di politica, sembra voler parteggiare per qualcuno e quando fa il qualunquista si potrebbe pensare che da qui a breve, come ha fatto Beppe Grillo, fonderà un suo partito tipo “Agriturismo a tre stelle”. C’è diffidenza nei confronti dei comici politici, anche perché c’è diffidenza verso una politica incapace di decidere e rinnovarsi. Allora si prova a cambiare argomento, ma le idee scarseggiano. I pochi che potrebbero rilanciare il settore, come la Gialappa’s Band, sono stati messi in un angolo per anni. Veti incrociati e mancanza di prospettiva hanno facilitato la vita ai social, che hanno superato i classici cabaret. Vanno più veloce, sono immediati. E’ un cabaret 2.0. Ecco dov’è finita la comicità.

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