Mancavo da Messina da otto anni. E uno dei desideri che custodivo era tornare lì, a Scaletta, cinque anni dopo averla vista distrutta in tv. Non tanto perché lì conservassi chissà quali ricordi, in fondo l’avevo sempre vista come un paese di passaggio. Quanto perché di Scaletta, fin da piccolo, mi colpiva quell’accalcarsi di umanità addosso a quella statale stretta, che rendeva l’atmosfera confusa ma intima, irritante ma calorosa, indisponente ma festante.

Restavi fermo in coda, d’estate, e tra una botta di clacson e l’altra ti catturava osservare le donne che chiacchieravano sulla soglia della loro casa, mezzo metro sopra la strada, o i bambini che spuntavano dalle porte di corsa, si beccavano una sgridata e ritornavano dentro. Oppure incrociavi lo sguardo con un vecchietto che se ne stava lì seduto su una sedia più vecchia di lui e si gustava sereno quel casino obbligato che andava in scena giusto un pelo davanti a casa, in quella statale così stretta.

Scaletta, in qualche modo, rappresentava così l’emblema della mia gente, per me che vivo lontano da lì, in un nord che è tutto diverso. Per questo vederla devastata dal fango fu come vedere colpito il cuore di quella terra. E allo stesso tempo Scaletta che reagiva, ferita ma fiera tra i muri di fango, era una terra intera che reagiva. Che si aiutava, che piangeva e si confortava, che scavava, che cercava i propri cari e con loro la speranza di ripartire, di ricostruirsi. Quell’umanità accalcata sulla statale stretta era una comunità che non si limitava a quel paese distrutto, ma rappresentava tutta una terra affacciata su un braccio di mare al di qua del continente. E di morire non ne voleva sapere, nonostante l’indolenza che ne caratterizza la quotidianità, nonostante tutto ciò che ne fa un luogo disgraziato.

Lì dove la montagna è venuta giù ci sono ancora le ruspe oggi, e qualcosa di nuovo che lentamente viene su. Mancano tre palazzi e ci sono due foto. In una c’è un uomo seduto, sorridente davanti alla sua casa. “Lui non l’hanno più ritrovato” – mi dice un amico – “e quella casa era lì” – mi spiega indicando un enorme vuoto affacciato sulla statale. Una donna si ferma davanti all’altra foto, la guarda e la bacia andando via quasi sorridendo. Il vento s’infila dentro il canalone, che unisce lo Stretto alla montagna, e sembra ci sia più silenzio che altrove. Là dove una volta c’era quel casino obbligato.

Nel resto del paese è quasi come se l’inferno non ci sia mai stato. C’è solo qualche segno, come gli assi di legno che coprono alcune case abbandonate al piano terra. La pescheria che m’incantavo a guardare mentre ero in coda sulla statale è ancora lì, con la stessa insegna azzurra. Alcune donne escono da un portone e restano a parlare su quel mozzicone di marciapiede dove una bambina corre. Una sgridata a mezza bocca e torna dentro. Sembra tutto come una volta. Certo, manca quel vecchietto seduto su una sedia più vecchia di lui con cui incrociare lo sguardo. Ma in fondo basta tornare indietro a guardare la foto di quell’uomo portato via chissà dove: sorride e si si gusta sereno quel casino obbligato che andava in scena giusto un pelo davanti a casa, in quella statale così stretta.

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