Oggi sarebbe stato il compleanno di Gandhi che è stato uno dei pionieri e dei teorici del satyagraha, la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa che portò l’India all’indipendenza. Il principio del satyagraha universalmente noto come il principio della non-violenza è basato sulla satya, la verità e sull’ahimsa, la nonviolenza. Come sarebbe bello se bastasse passare queste due paroline, attraverso i video sul web, o attraverso i profili dei vari social network, per far sì che si stampassero nella mente degli uomini in maniera profonda e consapevole. Il giorno dopo sarebbero costrette a chiudere tutte le aziende che operano nel campo della produzione degli armamenti.

Accade invece che queste parole e tante altre frasi del Mahatma girino nel vorticoso girotondo delle condivisioni sui social, e che tutti le usino dandosi l’aria di chi ha finalmente capito come funziona la vita mentre subito dopo sono pronti a maledire il primo che li sorpassa nel traffico, a tirare un calcio nei fondelli a un amico o a mandare a quel paese quella brutta megera della suocera o i partecipanti alla riunione di condominio. Ma il bello e il brutto dell’umano al contempo consiste proprio in questa lentezza, dal punto di vista evolutivo dell’anima, che è fatta di continui errori e ripensamenti e anche da grossi balzi in avanti. Non possiamo, specialmente in questo periodo, che rimpiangere l’assenza di chi in un aforisma racchiudeva complessi insegnamenti, anche se ci conforta il fatto che certi messaggi rimangano nell’aria e ogni tanto fruttifichino in qualche persona.

Gandhi non era uno che parlava soltanto ma metteva in pratica l’unico serio principio educativo, l’esempio, il modello di vita. Modello che è in grado di garantire la veridicità di ogni affermazione, motivo per cui dirà sempre le parolacce il figlio di uno che si esprime con esse. Con le sue azioni era sempre in primo piano per far capire quello che intendeva, mettendo spesso a rischio la sua incolumità. La sua spiritualità era abbastanza semplice, anche se a tratti viziata dalla inevitabile vicinanza dell’induismo. Per far capire il profondo rispetto per tutte le forme di vita del pianeta l’esempio più naturale non poteva che essere il suo vegetarianesimo, così totale che oggi sarebbe stato definito un “vegano”. Il digiuno, uno dei principi vicini a tutti gli ordinamenti religiosi, fu uno degli strumenti più concreti di un potenziamento della propria spiritualità, mezzo potente per un distacco dalla realtà terrena del corpo, e anche strumento validissimo per il controllo dei sensi, unico corredo di una vera ascesi. Lo utilizzò, e viene tuttora sfruttato, anche come un arma politica, per portare avanti una causa senza usare violenza verso gli altri.

Per passare il principio dell’uguaglianza e dell’amore verso tutti vestiva e viveva nella maniera più semplice possibile e creò a Phoenix una fattoria-comunità dove tutti i membri collaboravano ai lavori agricoli e venivano retribuiti con lo stesso salario indipendentemente dal colore della pelle o della nazionalità. Quella fattoria diventò il primo ashram, un luogo cioè in cui si praticava un regime di vita monastico, il lavoro manuale, la povertà volontaria, intesa come il limitare il possesso alle poche cose essenziali, e la preghiera. Per far capire che esiste una spiritualità che va oltre i valori materiali e il puro piacere fece un voto di castità. La brahmacharya, per potersi affrancare dai piaceri della carne, elevare lo spirito e liberare tutte le energie vitali per le attività umanitarie. Il poeta Rabindranath Tagore fu il primo a chiamarlo Mahatma, grande anima, ma nonostante il suo pensiero fosse pacifico, disciplinato e alla ricerca costante di un armonia spirituale, negli anni trenta alcune sue dichiarazioni gli causarono la contrarietà dei cattolici e dei protestanti.

«Se i missionari stranieri, nel prossimo regime dell’India indipendente» – ebbe a dire – «invece di restringersi alle sole opere caritatevoli e umanitarie, volessero continuare a fare, come fanno ora, del proselitismo per mezzo delle opere educative e sanitarie, io chiederei loro di ritirarsi. Tutte le religioni sono buone, e l’India non ha bisogno di convertirsi spiritualmente». Certe affermazioni furono viste come un attacco al Cattolicesimo, che contava molto sull’opera di evangelizzazione dei missionari. Al di là del fatto che la sua posizione di universalismo religioso non ci sembra da attaccare come la posizione di un “indifferentismo” religioso, termine che fu usato all’epoca, di certo ci sembra più forte la dichiarazione di Giuseppe George ex collaboratore del Mahatma, convertitosi al cattolicesimo che diceva «L’evangelizzazione è un dovere imposto da Dio stesso alla Chiesa, e su ciò non può cadere dubbio. Ora, con o senza Gandhi, con o senza Swaraj (l’indipendenza politica ndr.), la Chiesa non cesserà di adempire a questo dovere. Se potrà farlo senza persecuzione e senza violazione della legge, tanto meglio. Ma, se per gli adorabili e inscrutabili disegni di Dio, dovesse adempirlo sotto la persecuzione e col martirio, neanche ciò sarebbe un male».

Apparve a tratti quindi Gandhi come un trasformista che compenetrato da indifferentismo religioso, tendeva a dare un colpo alla botte e una al cerchio, assimilando, secondo certi, alcuni principi cristiani e trasformandoli poi alla luce delle sue convinzioni induiste. Intanto lui viveva in uno spirito francescano mentre quest’idea, nonostante quel S. Francesco sia nostro patrono e ci appartenga, or ora comincia ad affacciarsi tra i nostri rappresentanti religiosi. La sua spiritualità era semplice, le confessioni religiose, non lo sono affatto. Forse era questo che intendeva dire quando affermò che leggendo il vangelo si poteva diventare cristiani, mentre conoscendone qualche cristiano ci si convinceva che era meglio rimanere induista. Non lo potremo sapere con certezza se non rileggendo acriticamente e a lungo le parole delle sue massime. E noi per il momento non possiamo, riguardo alla piena consapevolezza, che condividerne una. «Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre».

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