Oggi in Cina è festa nazionale. Si celebrano i 65 anni dalla fondazione della Repubblica popolare, governata senza soluzione di continuità dal Partito comunista attraverso un regime che, negli ultimi due decenni, ha affiancato alla dicitura “comunista” politiche economiche di stampo capitalista, caratterizzandole però con l’assenza di tutele e diritti per i lavoratori e una proverbiale incuria verso i diritti umani.

Caso a parte è stata Hong Kong. L’ex governatorato britannico, infatti, oggi sotto il controllo di Pechino, ha rappresentato un modello di sviluppo florido ed efficiente, con un’amministrazione pulita, una magistratura indipendente, un forte spirito imprenditoriale e uno stile di vita almeno apparentemente segnato da libertà invece molto lontane nella madre patria cinese. Lo si vede oggi, osservando i ragazzi che stanno animando la protesta: vestiti firmati, smartphone, tablet, modi pacati e discorsi ai microfoni che evidenziano una solida istruzione. E allora cos’hanno da protestare? – verrebbe da chiedersi.

E’ presto detto: al di là delle motivazioni politiche, che hanno rappresentato più che altro la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ciò che da tempo ha invaso Hong Kong sono le stesse pratiche ormai endemiche in Cina. Corruzione, nepotismo, minacce alle libertà individuali soprattutto per mezzo della polizia. Insomma, il contrario di ciò che ha reso la “colonia” cinese un’isola felice. E non è solo una questione d’immagine, perché l’inquinamento della società e dei tessuti amministrativi e imprenditoriali di Hong Kong attraverso quelle pratiche rappresenta soprattutto una presenza più concreta e visibile del controllo operato da Pechino. Un controllo non solo istituzionale ma anche dei costumi e del modo di vivere e gestire la comunità.

Una deriva che gli studenti universitari e delle scuole superiori dell’ex governatorato britannico auspicavano di poter vedere limitata con le prossime elezioni politiche, nella speranza di poter almeno candidare qualcuno di indipendente, alieno dal controllo cinese e che potesse così combattere la corruttela e gli squali della finanza pechinese che stanno distruggendo Hong Kong. Per questo, quando il presidente Xi Jinping ha varato un piano elettorale con cui si assicura il potere di veto sulle candidature, così da permettere a Pechino di controllare le urne, la protesta si è organizzata.

Una protesta limitata per adesso agli studenti, mentre per le strade della città manager e lavoratori si dirigono verso gli uffici come ogni giorno, come se nulla fosse. Intimoriti, forse, anche dalle minacce che il regime cinese ha fatto recapitare in città, avvertendo che un dilagare delle proteste avrebbe significato la rovina del modello di successo economico di Hong Kong. Senza curarsi del fatto che lasciar decadere l’isola felice dell’ex governatorato britannico è un rischio di non poco conto anche per la Cina. Sia in termini economici sia finanziari.

Ma oggi, nel giorno della festa nazionale cinese, tutto il mondo si affianca idealmente ai ragazzi di Hong Kong con una iniziativa che si è diffusa globalmente tramite i social network. Quegli stessi social network su cui il sistema di censura cinese si è prodigata a bloccare foto, tag e notizie relative alle proteste di #OccupyCenter. Così che essa non possa diffondersi nella madre patria scoperchiando il coraggio del malumore anche nel cuore del regime. Ma questo non impedirà di veder fioccare selfie con indumenti gialli, spillette e pic-badge, tutto rigorosamente giallo, sui profili social del resto del mondo. Un modo per unire la propria voce a quella dei ragazzi di Hong Kong, che chiedono democrazia, libertà e pulizia dal sistema di corruttela cinese.

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