Il caso De Magistris – Sono trascorsi più di tre anni dall’elezione, in molte città italiane, dei cosiddetti “sindaci arancioni”. Espressione della sinistra al di là dei classici partiti, considerati più vicini alle esigenze dell’elettorato, avevano entusiasmato i cittadini. L’arancione era diventato il loro colore. Riprendendo le rivolte in Ucraina, in cui i manifestanti avevano adottato questa tonalità, anche in Italia, con le dovute differenze, una parte della politica pensava di poter rappresentare la novità, l’innovazione con l’arancione. Un colore, bisogna ammetterlo, che va di moda. Però, con il trascorrere dei mesi, si è consumata la sua storia politica. La colpa, neanche a dirlo, è dei protagonisti principali. Il primo è il sindaco Luigi De Magistris. In questi anni ha governato la città di Napoli in maniera discutibile. I problemi storici del capoluogo campano non sono stati risolti, anzi si sono acuiti. In più c’è la vicenda giudiziaria. L’ex pm è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione nell’inchiesta Why not.

Da Zedda a Pisapia, fine della luna di miele – L’esponente dell’Italia dei valori non solo ha accusato la magistratura (rinnegando una carriera politica incentrata sul giustizialismo duro e puro) che ha emesso la sentenza, ma nel nome del “complottismo” non vuole dimettersi e prepara barricate. Dice che farà il sindaco per strada, tra la gente. Già, chiamare in causa la popolazione quando si è con le spalle al muro è una caratteristica dei sindaci arancioni. Poi c’è il primo cittadino di Cagliari, Massimo Zedda. Il politico di Sel, all’epoca considerato come il nuovo Vendola, il futuro dell’estrema sinistra, si è impantanato nella sua azione amministrativa. La gestione discutibile del capoluogo sardo non è l’unico problema, perché il sindaco è indagato per abuso d’ufficio per la nomina dell’ex sovrintendente del teatro lirico, Marcella Crivellenti. La luna di miele si è conclusa da un pezzo e anche a Milano il sindaco Giuliano Pisapia non gode più di grande popolarità. Tra scandali legati all’Expo e cattiva gestione dei migranti, l’ex politico di Rifondazione comunista vive un momento difficile.

Le promesse di Accorinti e il ruolo della piazza – Un’altra città del nord, Genova, non ha un ottimo rapporto con il primo cittadino Marco Doria. Anche lui movimentista e in discussione per la gestione del territorio. Infine, in terra siciliana, c’è il caso di Renato Accorinti. Il sindaco di Messina, eletto qualche anno dopo rispetto ai suoi colleghi, può essere inserito in questo insieme che fa del colore arancione il punto in comune di tutti i suoi componenti. Dal momento in cui è stato eletto, il primo cittadino con la maglietta “No ponte” o “Free Tibet”, non è riuscito a far cambiare passo alla città. Il bene comune di cui ha sempre parlato, è un’utopia. Lo stato di degrado e di abbandono è sin troppo evidente, per una classe politica locale che riesce a litigare anche su un’isola pedonale. L’ultima contestazione che ha ricevuto qualche giorno fa davanti all’ospedale Piemonte, è sintomo di un malessere. La protesta può essere stata pilotata da altri politici che in questi anni hanno contribuito ad affossare Messina, ma Accorinti è l’ennesima dimostrazione di come i cosiddetti sindaci movimentisti hanno fallito. Pensavano di governare con il consenso della piazza, invece, nei prossimi mesi, questa piazza potrebbe conferire il colpo di grazia alla loro esperienza tricolore.

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[Foto Mauro Scrobogna / LaPresse 30-05-2011 Napoli, Elezioni Comunali]

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