Ci chiediamo spesso da dove arrivi la violenza del genere maschile nei confronti della donna e tutte le analisi antropologiche, sociologiche e psicologiche, al di là delle metodiche di ricerca, finiscono per arenarsi di fronte alla notevole distanza dei primordi, di cui l’unica traccia disponibile rimane il mito, che per quanto sia del tutto inutile dal punto di vista della soluzione del problema può rivelarsi comunque fonte di conoscenza. Anche se la macchina della mente umana, nonostante i notevoli progressi della scienza, continua a rimanere abbastanza oscura, i comportamenti dell’uomo dipendono dagli insegnamenti che riceve dal sociale. E tali insegnamenti a partire dai codici di identificazione del proprio essere hanno una strettissima relazione con quello che è contenuto nei miti. Il mito a noi più vicino a tal riguardo è quello della nascita di Eva contenuto nella “Genesi”.

Ogni mito è inevitabilmente criptico e oscuro. Nasce infatti da tradizioni orali, lo dice la parola stessa che vuol dire parola o discorso, e i relativi passaggi vanno di pari passo con le manipolazioni volute o involontarie. Il mito di Eva nasce probabilmente prima ancora che avvenisse la divisione delle varie tribù ebraiche, e chissà per quanti secolo il tortuoso cammino di questo racconto si è trascinato, passando di volta in volta attraverso il racconto di un vecchio che lo tramandava ai giovani, fino a che non si è cominciato a cristallizzarlo nella scrittura. Due o tre versioni diverse di questo mito esistono già nei testi masoretici, cioè il gruppo di scritti biblici ufficialmente in uso tra gli ebrei, composti e diffusi dai Masoreti fra il primo e il decimo secolo d.C.

Nei Targumin, ossia le antiche versioni della bibbia in aramaico, una prima variante racconta che, dopo aver creato l’universo e gli animali tutti, Elohìm costruì l’uomo “ maschio e femmina”. Confortati infatti da uno dei versetti dei salmi “tu mi hai fatto davanti e di dietro” si può azzardare l’ipotesi che Adamo avesse l’aspetto di un uomo davanti e di una donna di dietro con due diversi genitali, a sostegno del fatto che essendo stato fatto a sua immagine e somiglianza, Dio non poteva che farlo al contempo maschio e femmina, padre e madre. E di questa idea che può sembrare forzata, erano anche Filone d’Alessandria, Eusebio Vescovo di Cesarea, mistici come Leone Ebreo, Jakob Bohme, Swedenborg, e gli gnostici cristiani del secondo secolo.

Nella seconda senza nemmeno l’ordine classico cristiano della Genesi, Dio creò prima Adamo, poi gli animali, e infine la donna. In una terza versione ancora ( Isaia 34,14), la prima vera donna di Adamo non sarebbe stata Eva, ma una certa Lilith. Il suo nome vuol dire notte, ed è una figura di origine accadica che trarrebbe spunto da una diavolessa di nome Lilitù. Con molta probabilità questo personaggio di cui si ritrova l’immagine in un bassorilievo sumerico del 2000 a.C. serviva a rappresentare l’oscura sessualità “preumana” di un Adamo emergente che scopriva l’erotismo e quasi con certezza lo divideva con altre femmine animali quando ancora conviveva con le bestie. Ma forse non è il caso di andare a solleticare ulteriori domande tra gli antropologi e gli etologi. Crediamo basti questa serie di immagini a trovare dei punti fermi nel racconto. Uno di questi è il connotato violento di una ferita che appare nel costato dell’uomo nel momento della creazione. L’altro è l’idea di sottomissione che sempre veniva raccomandata alla donna nei confronti dell’uomo.

Da Bacchiega il mito biblico della nascita di Eva, è stato visto come la descrizione di un arcaico rito di passaggio relativo alla pubertà maschile, noto nelle realtà preistoriche delle tribù semitiche, solo molto più tardi registrato dalle pagine della Bibbia. E a parte che questa idea metterebbe ancora in primo piano la figura dell’uomo, come se il passaggio puberale della donna non avesse affatto importanza, rimane di fondo la strumentalizzazione della polarità maschile che ha sempre preferito tramandare l’idea di derivazione della donna da una parte dell’uomo, e l’idea di sottomissione, confortata dalle sacre scritture, dimenticando completamente un’idea di creazione che vede i due generi esattamente sullo stesso piano. Il mito fondante forse voleva dire che l’uomo e la donna sono nati allo stesso momento con le stesse potenzialità.

Mentre Theodore Reik, psicoanalista austriaco, seguace e stretto collaboratore di Sigmund Freud, ritiene il mito cristiano assurdo e incestuoso, essendo in tal modo la donna al contempo figlia e moglie. Il grande Shakespeare, riflettendo sull’ipotesi di trasportare il mito della creazione in scena, pare abbia concluso che se ne potesse fare solo una farsa; quella dell’uomo incinto. Da parte nostra, per rimanere nell’ambito della farsa, si sarebbe solo potuto consigliare al creatore di scegliere una parte migliore al posto di un osso piccolo e ricurvo come una costola, per ottenere un risultato migliore, ma soprattutto di partire da un materiale di base strutturato in maniera migliore.

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