Si è chiusa pochi giorni fa la mostra “Emilio e altri siciliani”, la personale del maestro Ferdinando Scianna, a cura di Marco Bazzini, Cantiere del Seme d’Arancia e Art Promotion in occasione di Taobuk all’interno della ex Chiesa di Sant’Agostino in Piazza IX Aprile a Taormina. Ne hanno fatto parte una ventina di ritratti selezionati per l’importanza del rapporto di amicizia e stima avuto da Scianna con alcuni dei suoi conterranei, come Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Sebastiano Addamo e naturalmente Emilio Isgrò. Una sorta di Spoon River tradotto con il linguaggio poetico del particolare linguaggio del fotografo-scrittore.

Fotoscrittore essenziale non poteva non essere un artista della fotografia che prende spunto da Bresson, e infatti le opere di Scianna sono di fondo il risultato della lotta della luce con il suo naturale alter ego, il completamento della sua essenza, il buio, che nella realtà fotografica si traduce nelle ombre. E se non sembrasse riduttivo si potrebbe dire che Scianna è un fotografo che scrive con le ombre. La composizione delle sue fotografie parte dai segni che egli riesce a tracciare con le bisettrici e i segmenti che disegnano le ombre. È anche  superfluo dire che in realtà sono create dalla luce. La definizione di artista cozza con molta probabilità con la sua umiltà di fondo, visto che spesso si è definito uno che schiaccia soltanto bottoni.  Ma il giro aporico nel quale ci siamo incartati viene sempre in nostro soccorso, perché l’umiltà è una delle caratteristiche peculiari di una grande e ricca personalità.

Possiamo dire senza tema di smentita che è un’artista che scrive con la luce. Una luce che è quella della sua terra, quella che simpaticamente ha scoperto essere la “sua”, perché legata al ricordo di una madre che gli raccomandava di mettere un cappellino per evitare pericoli di insolazione. Una luce piena dunque, potente, che poi è la luce di una terra letta da tutti i grandi siciliani come ostacolo legato alla sua statuaria fissità, e come  luce di terra feconda  dalla quale partono tutti i segnali di rinnovamento, perché è a conoscenza dei segni fondamentali del passato. È un fotografo che ha valorizzato un bianco e nero che ha usato da sempre e che ha stregato grandi nomi della moda e del giornalismo. Conscio della potenza delle immagini si è subito impadronito di un principio importante, che una foto cioè, per andare oltre, per trasformarsi nell’estensione  di un “occhio lungo”, che va oltre, e riesce a imprimersi con forza nelle anime, deve avere una forza narrativa.

Certe caratteristiche di un’immagine vanno oltre la pura documentazione, e la fanno diventare storia, come è accaduto a certe foto di Robert Capa. Quando si è trovato nell’albergo vicino a rispondere a una domanda in cui gli veniva chiesto se si sentiva più fotografo o scrittore, gli è sembrato naturale definirsi un fotografo che scrive. Ma ci è sembrato anche abbastanza consapevole del fatto che ci si trova di fronte a due linguaggi che producono immagini in maniera diversa e che creano, se accostate in maniera coerente, un linguaggio diverso. «La fotografia si fa con i piedi» è una frase che ha pronunciato per aiutarci a comprendere come sia necessario un cammino, un viaggio fisico, per andare alla ricerca dell’immagine degna di nota, degna di essere raccontata, mentre quella della scrittura è una ricerca che si fa certo volgendo lo sguardo verso il mondo, ma anche in una direzione che va al contrario, verso il proprio interno, a caccia di memorie e di intime relazioni con il mondo. Il suo amore per la scrittura aiutato dalla vicinanza con tanti grandi scrittori come Montalban, Sciascia e Milan Kundera, lo ha portato a essere il creatore di un “metatesto”. Un linguaggio cioè diverso dai due singoli linguaggi presi separatamente. Nei suoi libri infatti esistono immagini che non possono essere “lette” al di fuori del contesto dalle parole che lo commentano, e parole che non possono essere “viste” senza tenere presente l’immagine associata.  Un linguaggio altro quindi, un metalinguaggio che amplia la visione e la percezione della realtà, in cui si abbracciano le immagini scritte dalla luce e quelle registrate dalle parole.

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[Foto di Andrea Jakomin / (CC) Blogtaormina, 2014]

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