Una cattiva interpretazione della critica – C’erano una volta i congressi. Quelli in cui si discuteva, si litigava con i propri colleghi di partito, ma in seguito la maggioranza decideva una linea politica rispettata e condivisa anche dalla minoranza. Oggi non è più così. E l’esempio più evidente di questo profondo cambiamento è rappresentato dal Partito Democratico. La critica, senza ombra di dubbio, è uno degli elementi fondamentali per le società occidentali. Senza questa parola la democrazia non sarebbe la stessa, eppure, come è accaduto per molti aspetti che caratterizzano l’età contemporanea, una sorta di degenerazione accompagna diversi concetti importanti della nostra società. Difficile dire se c’è un eccesso di critica o una sua cattiva interpretazione. Però quello che balza all’attenzione dei cittadini comuni, è come in ambito politico questa parola ha perso il suo significato originario. Forse è strumentalizzata per altri fini e quindi perde la propria essenza.

Un grave problema per il Paese – Sta di fatto che i partiti moderni si avvitano sulla critica e mettono in piedi una democrazia particolare. Soprattutto per quei movimenti che eleggono i loro rappresentanti tramite primarie, la continua e perenne critica, a un certo punto, dovrebbe lasciare spazio alla condivisione di obiettivi comuni. Qualcosa di impossibile per il Pd, che, come il resto della politica italiana, vive in uno status di congresso permanente. Continue discussioni, almeno due correnti nascono ogni mese per dare un ruolo fittizio a personalità improbabili, vecchi capi di partito che le elezioni nazionali hanno messo in un angolo e cercano sempre un posto al sole nel loro movimento, desiderio di competizione eccessiva. Si, perché i partiti hanno anche il problema di essere delle “scale sociali” che spesso vengono percorse da personaggi che mirano a rimpolpare il loro curriculum. Vivere in un congresso permanente e non rispettare le decisioni dei propri elettori, che a grande maggioranza hanno votato un segretario ben preciso, è un grave problema se il partito coinvolto è la principale forza politica del Paese.

Una continua campagna elettorale – La direzione nazionale del Partito Democratico di ieri pomeriggio, ha messo in luce tutti gli aspetti descritti. Era sufficiente ascoltare alcuni interventi, per rendersi conto di come la politica italiana pensa di essere in una continua campagna elettorale. Qualcosa di distruttivo, perché accende gli animi e rende quasi impossibili i compromessi, trovare punti d’incontro. Un dramma per un Paese che ha bisogno di riforme e rapide decisioni per uscire da una logorante crisi economica. I democratici dovrebbero sentire sulle loro spalle il peso della responsabilità, per la forza numerica scaturita dalle elezioni europee. Invece il loro congresso perenne, il voler mettere in discussione il segretario, la sua autorità, le sue scelte, rallentare le riforme, contraddire il punto di vista della maggioranza di partito solo per ravvivare la corrente di minoranza o viceversa, viene pagato in primis dagli italiani che potrebbero essersi stancati di vivere in un vortice elettorale continuo. Magari vorrebbero che si prendessero delle decisioni, perché non si può vivere di soli congressi.

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