Alzi la mano chi, vedendo le immagini delle proteste di Hong Kong, non ha fatto anche solo un timido pensiero alle rivolte che hanno trasformato il panorama politico in nord Africa e Medio Oriente dal 2010 in poi. Tunisia, Egitto, Libia e Siria. I giovani in piazza a migliaia contro il governo e la parola “democrazia” sulla bocca di tutti, pronunciata in arabo laggiù, nelle piazze roventi di Tunisi o del Cairo, mentre qui nelle lingue occidentali di chi commentava quei giorni dalle poltrone calde del salotto.

Ad Hong Kong la lingua è diversa e i grattacieli hanno sostituito i minareti nella sceneggiatura. Ma la parola è sempre quella: “democrazia”. Che la primavera araba abbia messo gli occhi a mandorla, tuttavia, è solo un’impressione superficiale, mentre le differenze sono profonde e toccano anche aspetti culturali, oltre che politici ed economici.

Sappiamo bene, oggi, che le rivolte del maghreb non sono state per nulla l’inizio di un’era democratica nei Paesi che ne sono stati teatro. Le istanze di maggiori libertà e diritti sono state superate e tradite dalle potenti diatribe religiose che hanno sfruttato la situazione per affermare la loro centralità. Troppo laici i regimi di Ben Ali e Mubarak, per questo comodi alleati dell’Occidente. Erano un tappo che per tanto tempo ha sigillato una cultura troppo fondata sulla religione per non poter prima o poi saltare. E così quella richiesta sincera di maggiori libertà, riassunte nella parola “democrazia” urlata dagli studenti arabi nei primi giorni delle proteste, si è facilmente tramutata in maggiore libertà di azione per le componenti politiche imperniate sull’Islam. Con l’eccezione della Libia, dove la rimozione di Gheddafi e la gestione scellerata della seguente fase di transizione da parte dell’occidente ha dato il via libera alla guerra tra tribù, prima ancora che tra Islam laico o moderato e Islam più radicale.

Nell’#OccupyCentral di Hong Kong tutto questo non c’è. La religione non sta né in primo piano né nella cabina di regia delle proteste di questi giorni, che hanno invece una trama chiara e semplice: la Cina. Un film quasi banale, talmente banale da non lasciar pensare che sarebbe potuto andare in onda. L’ex colonia inglese, ora controllata dal regime comunista di Pechino, adesso vuole essere libera. Vuole maggiore democrazia, vuole riforme economiche vere e non dettate dai mercati finanziari o dal Pcc. E’ la gestione politica della loro comunità l’oggetto delle proteste dei ragazzi di Hong Kong.

Ragazzi che scendono in piazza con l’iPhone, figli di una globalizzazione che ce li mostra occidentali d’oriente e che, se non altro, ha dato loro i mezzi per capire che no, l’allargamento continuo del divario tra chi ha tutto e chi ha poco, alimentato generosamente dai mercati finanziari, non può più essere accettato. Così come non può più essere accetto che sia Pechino a decidere chi comanda a Hong Kong. E’ questo il vero problema della Cina: il desiderio di libertà e autodeterminazione che un regime prima o poi genera nei suoi “sudditi”. Per questo, anche a inizio autunno può cominciare la primavera. Per questo, anche a inizio autunno può cominciare un freddo inverno a Pechino.

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[Photo credit: Tyrone Siu/Reuters]

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