Ecco #OccupyCentral, il nuovo problema di Pechino – La situazione, nelle ultime ore, è meno complicata. Il governo locale ha deciso di ritirare le truppe antisommossa. La notte di repressione è passata e ora si respira un’atmosfera calma ma carica di tensione. E’ questo, in estrema sintesi, l’evolversi delle proteste a Hong Kong. Il governatorato dell’ex colonia inglese prova a tranquillizzare gli animi, in vista della riapertura dei mercati finanziari. Già, la finanza. Nella Cina contemporanea tutto è legato a questo termine. Gli operatori finanziari temono ulteriori tracolli se la situazione di tensione dovesse proseguire nei prossimi giorni e così le cittadine e i cittadini di #OccupyCentral hanno ottenuto un piccolo successo. La richiesta è esplicita. La popolazione vuole maggiore democrazia e una nuova politica economica, che non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze sociali. Se da un lato crescono e si arricchiscono i magnati immobiliari, dall’altro la gente comune si è impoverita.

E’ l’inizio di una protesta nazionale? – Nel regno della globalizzazione per eccellenza, si è verificata una delle caratteristiche basilari di questo fenomeno: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. La popolazione, come un fulmine nel mezzo di un temporale estivo, ha deciso di scendere in piazza. Il risultato è stato mettere in tilt la città. Un sit-in al porto, scuole e negozi chiusi, migliaia di persone in mezzo alle principali strade. Il senso di malessere, descritto qualche giorno fa con le proteste degli uighuri, è più diffuso del previsto. Anche la potente e forte Cina deve fare i conti con gravi problemi interni. La possibilità che da Hong Kong cresca un movimento nazionale, in grado di mettere in discussione l’autorità del regime di Pechino, non è poi un’ipotesi irrealistica. Dall’ex colonia inglese e dalle generazioni che sono cresciute in un clima liberale rispetto al resto del Paese, potrebbe scaturire qualcosa di imprevisto.

La forza della Cina e il sogno di Hong Kong – La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la richiesta di una riforma elettorale da parte della popolazione di Hong Kong, che è stata ridimensionata da Pechino. La dittatura comunista, infatti, prevede elezioni nel 2017 senza la libera designazione dei candidati. Il timore degli abitanti di Hong Kong è che vengano scelti, sotto banco, dal sistema cinese. Però non è soltanto l’aspetto ideologico a muovere le proteste. Quello che allarma la Cina è il malessere sociale, dettato da una corruzione dilagante e da un nepotismo che ha contribuito a far esplodere la rabbia della popolazione. La protesta, dunque, può crescere. Si basa su linfa nuova e alla guida dei principali cortei ci sono dei ragazzi, pronti a impegnarsi e a lottare per un futuro diverso. L’impresa è ardua e volendo fare una citazione biblica, sempre la lotta di Davide contro Golia. Pechino ha un potere economico indiscusso, ha delle armi sofisticate e ha un esercito che non si fa troppe domande quando deve sedare con la violenza una protesta. Mentre Hong Kong ha la forza delle idee. Una lotta impari, al momento.

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[Foto da Twitter: Eva Tam @evatam]

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