Riapre finalmente a grande richiesta una delle più strane case chiuse del mondo, che è una “ Casa chiusa dell’arte”. Non vi è un modo più chiaro di definire lo straordinario, rutilante spettacolo dal titolo provocatorio “Dignità autonome di prostituzione”. Al Brancaccio di Roma in questi giorni si riapre la tournè, che va avanti da diversi anni di quello che ormai è diventato un format che ambisce a trasformarsi in una vera e propria Accademia: una “Casa Chiusa” permanente per attori e artisti vari. Il teatro, inteso come il luogo dove si mette in scena, restituisce una preziosa dignità al lavoro dell’attore. Per il teatro, inteso come raccolta di immense pagine di letteratura che narrano della parola resa viva e personificata, del legame dell’uomo con la vita e con gli altri, apporta un leggero scarto in avanti, che innova e si reimmette tra la gente in maniera non autocelebrativa, ma in un gioco di condivisione e di spostamento ironico delle tavole del palcoscenico.

Lo spettacolo ideato e scritto a quattro mani da Betta Cianchini e Luciano Melchionna, che si occupa anche della regia, ha il coraggio di lavorare sulle categorie fondanti del teatro: il tempo, lo spazio e il linguaggio. Il tempo, che è stato sempre l’apparato totemico attraverso il quale lo scrittore di teatro e l’attore, suo fido prolungamento, hanno sempre dovuto far danzare le membra e le parole del dio selvaggio che li anima, qui anzi ora, improvvisamente si dilata, anzi si moltiplica. I piccoli pezzi recitati, le “Pillole del Piacere”, così sono definite le performance teatrali o i monologhi, alcuni dei quali scritti dallo stesso Melchionna, durante lo spettacolo possono essere ripetuti dallo stesso attore più e più volte. Le esibizioni avvengono in contemporanea tra loro, ma solo su richiesta dei singoli spettatori o di interi gruppi, durante tutta la serata come in una macchina olografica del teatro. Come se ogni piccolo pezzo di un teatro andato in frantumi conservasse intatte tutte le sensazioni emotive e vitali dell’essenza teatrale.

Accade lo stesso anche alla scena. In una contrattazione che ricorda quella di un bordello dei tempi andati, le scenografie tendono a ricalcare gli scenari di una casa chiusa, dove sempre trionfa la tonalità di un rosso seduttivo e passionale. Gli spettatori, che sono anche clienti virtuali, con una moneta coniata per il caso, il “dollarino”, possono scegliere e contrattare, seducendo ed essendo sedotti dagli attori “Prostituti”, le scene o i monologhi cui vogliono assistere. Così si spostano sulla scena da loro comprata che può essere ambientata nei posti più disparati: un automobile, un camper, o una toilette, gli uffici, o i camerini. C’è poi la grande festa del linguaggio, che alle volte comprende performance nella lingua originale e che sospende il mistero tragico e lo fa affiorare soltanto nel gioco dei frammenti narrativi e tra le pieghe di un apparente disorganicità. Lo stratagemma di un erotismo filosofico, è quello che anima il tutto. Comprando il biglietto ad ogni spettatore viene dato un pacchetto di banconote da spendere nella casa chiusa dell’arte sorvegliati da una strana famiglia di tenutari. Gli artisti che non sono solo attori ma anche ballerini, musicisti, artisti del circo, cantanti e mimi, tutti in vestaglia o giacca da camera si aggirano tra gli spettatori e arrivano anche a litigare tra di loro pur di accaparrarsi i clienti più ricchi.

Gli accordi sono completamente liberi e affidati alle contrattazioni tra le parti, fermo restando che gli attori possono scegliere di non vendersi e i clienti possono decidere di non scegliere nulla o di lasciare anche una mancia dopo, osservando un consiglio ben noto «Mi paghi prima, e anche dopo, se ti è piaciuto». L’eros di cui si parla è quello inteso come la forza primaria e vitale che muove il pensiero e la filosofia stessa. Fa da tramite fra la dimensione terrena e quella sovrasensibile, è la spinta primordiale che fa vivere il teatro e attraverso cui l’individuo si conosce. Proprio lì dove si vive un tempo non tempo e uno spazio non spazio, in mezzo alle persone fra le quali esiste, nel gioco di rimandi che la parola crea. Nessun altro modo di creare, vedere ed esprimere l’esperienza ha questa potenza. E la magia e il sogno del teatro viene alimentato con le dinamiche e le energie del mestiere più antico del mondo. «Qui si va ben lontani dalle carismatiche teorie! Qui si parla di lavoro quotidiano, di faticose scoperte giornaliere, di riflessioni strettamente collegate con la prassi del palcoscenico!», diceva il grande Giorgio Strehler, e qui, nella casa chiusa dell’arte, si va nel bel mezzo del cuore della gente e lo si trascina al centro della vita.

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