Parlando con un poeta moderno di cui per suo pudore non facciamo il nome, si ragionava sull’idea di una necessità quasi fisiologica, dell’esigenza interiore di uno scrittore di poesia, che alla fine è la più intima motivazione che lo spinge. Alligna lontanissima oltretutto questa idea dalle aspettative di successo e di approvazione sociale, mentre abissi siderali la separano dal pensiero che invece pervade ogni scrittore moderno, il quale alla fine, come tutti gli artisti sogna di poter anche vivere della sua passione e di trasformare il suo lavoro in soldi. Tristissima è la considerazione che oggi esistano pochi lettori, al contrario degli autori; pochissimi poi sono i lettori di poesia, ma, senza giudizio alcuno, si tratta della pura realtà. Pensare di poter vivere di poesia è pura illusione. E mentre si provava a organizzare i pensieri per riflettere su questo dato della modernità, si è aperta l’immagine di una poetessa nata nel 1830, che sembrava avere abbracciato proprio il pensiero di una poesia che viveva senza la pretesa di ricavare nulla dal mondo, ma solo di donare strumenti per una esaltazione del bello e per una accettazione “superiore”, senza nessun conforto religioso, anche del dolore.

«Mi piace uno sguardo di agonia, / Perché io so che è vero- », diceva Emily Dickinson, e parlare di lei, di una donna che ha letteralmente cambiato il modo di fare poesia, sembra ancora più importante in questi giorni in cui ancora ritorna troppo spesso la violenza che viene rivolta al genere femminile, che pare la cosa più in contrasto con l’idea di poesia. Quando lei morì la sua opera nella sua mente era così distante da un ideale di mercificazione, che aveva detto alla madre Lavinia e a Maggie Maher, una donna che lavorava in casa, di distruggere tute le lettere che aveva ricevuto e che aveva conservato, senza peraltro affatto menzionare i piccoli fascicoli di foglietti piegati in due che aveva conservato con una cura che parlava del suo amore quasi fisico per le parole. Su quei foglietti ripiegati con cura scoprirono che aveva vergato le sue poesie, che avrebbero allargato il pensiero della letteratura americana e mondiale, ampliando ancora a dismisura le possibilità della poesia. Maggie e la madre invece decisero per fortuna di far pubblicare i manoscritti di quelle poesie, che furono accolte con grande entusiasmo, al punto che il volume del 1890 fu ristampato ben sette volte nello stesso anno. Purtroppo per via delle complicate faide dei familiari, che a volte sperano di far fruttare senza ritegno il lavoro di alcuni artisti, l’opera completa non fu pubblicata fino al 1955.

Nella lettura dei suoi versi è inutile cercare particolari filosofie o credi religiosi, perché anche se di riflesso conosceva a menadito la bibbia e le convinzioni dei protestanti e dei calvinisti; anche se certi termini ortodossi di tale credenze religiose appaiono tra i suoi versi, il suo rapporto con Dio era di un tipo moderno e decisamente personale. Quello che può essere trovato è una sorta di religione della poesia. Il dolore di cui lei parla e la conseguente accettazione non hanno nulla a che vedere con l’insegnamento calvinista, ne con alcuna trascendenza filosofica, ma solo con una “registrazione” in versi che gli permetteva con il linguaggio di scostarsi leggermente dall’idea di assurdo e di follia. Le sperimentazioni ardite del suo stile poetico restituiscono una suggestione ipnotica data dalla chiarezza e dalla limpidezza che percorrono i suoi versi, con la sfida perenne di un invito a partecipare alla costruzione di un senso da parte di chi legge. La tensione messa in campo da un “io” o da un pronome personale, che spesso danno inizio ai suoi componimenti sempre si connette con delle domande che si aprono senza punti interrogativi e aspettano la risposta del lettore. 
Un linguaggio libero da strutture e da aspettative tradizionali sfida e stupisce il lettore verso dopo verso. E ci regala l’idea di una donna che nonostante le strutture sociali dell’ottocento ha trovato il coraggio di affermare la propria anima e il proprio essere, resistendo a molte strutture autoritarie, prima di tutte quella del padre che pare non essersi accorto della profondità di pensiero di cui era armata la sua creatura, la cui personalità non era certo accettabile con semplicità dalla sua comunità. Per via di una precoce e genuina fiducia nelle sue capacità, per via delle domande semplici e profonde che la sua mente aperta era capace di formulare , per le richieste forti di un cuore che nutriva desideri che potevano essere giudicati sconvenienti e per via di una sensibilità femminile molto moderna.

Talmente moderna che spesso si insinua tra i suoi versi l’idea di «un amore che non ha il coraggio di dire il suo nome», e di sicuro le categorie del linguaggio di oggi non possono dirci del disagio che poteva causare nell’ambiente vittoriano l’estensione della parola amore anche al genere femminile. Nulla è troppo chiaro del suo erotismo e diremmo anche per fortuna, perché più grande rimane e intatta la forza dell’anima che aspramente rifiutava la chiusura dentro ruoli così oppressivi di moglie e madre, che apparivano a quei tempi l’unica realizzazione consentita a una donna. In ogni caso il suo mondo onirico, che miniaturizzava con la forza poetica le cose giganti trasformandole in piccoli gioielli e amplificava le più infime e minuscole cose, collegandole alle vette eteree degli universali, ha dato ragione ad una autonomia della poesia che si allontana da un idea di guadagno terreno, ma che si avvicina anche contro ogni aspettativa ai guadagni spirituali della fama eterna.

n° 1456
Un sì splendente fiore
fa strazio della mente
come fosse un dolore –
È dunque la bellezza un afflizione?
la tradizione dovrebbe saperlo –

© Riproduzione Riservata

Commenti