Quei metodi discutibili nell’inchiesta Why not – Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione nell’inchiesta Why not. L’ex pm è accusato di abuso d’ufficio per aver violato la legge Boato, che stabilisce che per avere un tabulato telefonico di un parlamentare occorre l’autorizzazione del Parlamento. De Magistris, invece, si era spinto oltre. Bramoso di fama e notorietà, non indagava soltanto sulla giunta regionale calabrese e campana, ma puntava ai cosiddetti “pesci grossi”. Why not arrivò a Palazzo Chigi e coinvolse l’ex premier Romano Prodi. Nulla di male se il presidente del Consiglio fosse stato colpevole, però i metodi di De Magistris erano alquanto discutibili e non a caso finì sotto procedimento della disciplinare del Csm. Le sue azioni giudiziarie sono state fini a se stesse, perché molti indagati non sono stati portati neanche a processo e tutti gli altri hanno ottenuto un’assoluzione. Molto fumo e poco, pochissimo arrosto nell’azione investigativa di De Magistris. Un Masaniello che ha concluso nel peggiore dei modi la sua passione, tutta particolare, per la giustizia italiana.

La critica di De Magistris a una parte dello Stato – Senza ombra di dubbio, questa notizia, è stata un fulmine in un cielo che non è proprio sereno per il primo cittadino del capoluogo campano, che in questi mesi non solo deve fare i conti con il malumore dei suoi concittadini per la pessima gestione di Napoli, ma adesso deve tenere in considerazione i problemi giudiziari. De Magistris è stato uno di quei sindaci, qualche anno fa, eletti contro i pronostici della vigilia. Incarnava la cosiddetta società civile critica nei confronti dei partiti. Lui, iscritto all’Italia dei valori e un po’ movimentista, ha sempre fatto l’occhiolino all’estrema sinistra con cui oggi governa la città. All’indomani della sentenza si è detto sconvolto e ha affidato a facebook un commento: “Non avendo commesso alcun reato, ho la speranza che si possa riformare, in appello, questo gravissimo e inaccettabile errore giudiziario. La mia vita è sconvolta e sento di aver subito la peggiore delle ingiustizie, ma non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato. [..] Oggi, con questa sentenza, di fatto, mi viene detto che non avrei dovuto indagare su alcuni pezzi di Stato, che avrei dovuto fermarmi”.

Un giustizialismo a giorni alterni – Sono dichiarazioni amare che puntano il dito contro una parte dello Stato. De Magistris, dopo la condanna, non ha intenzione di dimettersi, anche se il presidente della giunta per le autorizzazioni del Senato ha detto che sarà sospeso, perché così vuole la legge. Il primo cittadino non farà alcun passo indietro, ma in questo modo ritratta una parte delle sue convinzioni, che dividono la classe politica in giustizialisti e garantisti. La prima caratteristica è ben diffusa in diversi partiti del centrosinistra, come l’Italia dei valori di cui De Magistris era esponente di spicco. Il movimento dipietrista faceva del giustizialismo l’unico punto del suo programma politico. Una visione pronta a condannare il politico di turno a priori e senza troppe discussioni, oggi si è rivolta contro uno dei suoi più convinti sostenitori che, com’era presumibile, fa finta di non aver mai sostenuto simili tesi. Il giustizialismo può far guadagnare tanti voti, soprattutto in questo momento storico, ma quando gli accusatori diventano gli accusati è meglio dimenticare il passato. Far finta di niente. Come’è che si dice a Napoli: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘oppassato, simmo ‘e Napule paisá».

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