Lo scrittore francese André Gide (1869-1951) al teatro greco di Taormina nel 1950: aveva 81 anni.
Lo scrittore francese André Gide (1869-1951) al teatro greco di Taormina nel 1950: aveva 81 anni.

“Durante una delle mie prime passeggiate per Taormina, notai con sorpresa su un muretto un vecchio con i calzoni di velluto, avvolto in un mantello nero drappeggiato in una foggia shakespeariana; il cappello, un feltro color oliva, era stato trasformato in una specie di tricorno dalla calotta appuntita e la falda gettava un’ombra sul suo viso largo, giallastro, quasi mongolico. Pensai che si trattasse di una sorprendente apparizione teatrale e null’altro; solo dopo aver guardato con maggiore attenzione mi accorsi che si trattava di André Gide, premio Nobel per la letteratura. Lo rividi ancora su quel muretto, sempre alla stessa ora, per tutta la primavera e fino all’inizio dell’estate. Che cosa ci facesse, non lo seppi mai”.

Così, nel 1950, il ventiseienne scrittore americano Truman Capote descriveva le mattinate taorminesi del suo grande collega francese. Un vecchietto di 81 anni che, seduto sopra un muretto in una delle strade più tipiche della vecchia Taormina, accanto alla fontana dei Cappuccini, aspettava di veder passare il ragazzo di cui si era invaghito. Una infatuazione senile molto platonica, che nulla aveva a che vedere con le scandalose esperienze che il Gide “omosessuale per ammissione autobiografica” aveva vissuto in gioventù e nella maturità. “Adorava quel ragazzo”, raccontavano i vecchi taorminesi, “ma non era un adescatore, di quelli che allettavano i nostri ragazzi con il denaro. Il vecchio e ricchissimo Gide si limitava a sorridergli: mai una parola o un gesto sconveniente. Gli sorrideva anche il ragazzo e andava via”.

Aveva 19 anni, il ragazzo. Gianni Sciacca, all’anagrafe: alto e prestante, capelli biondi (sul rossiccio), una faccia allegra e pulita. Non aveva un mestiere fisso: lavorava saltuariamente come garzone di bottega, cameriere in un chiosco di bibite, e sognava di fare da grande quello che aveva sempre fatto il padre (Saro, detto ‘u Fioccu): accompagnare i turisti al castello in groppa all’asino (un lavoro abbastanza redditizio, negli anni dell’immediato dopoguerra, ma oggi del tutto scomparso).

“Quando lo vidi per la prima volta”, raccontava Gianni, “pensai che si trattasse di un barbone. Mi sorrise, gli sorrisi, tornò a sorridermi il giorno dopo. Andavo di fretta a lavorare, a quell’ora, e non potevo certo fermarmi per sapere chi fosse e da dove venisse. Ma un paio di giorni dopo, libero dal lavoro, lo seguii (ad una certa distanza, non visto). Lo vidi entrare al “Timeo” e capii allora che si trattava di una persona danarosa, al contrario di quanto facevano pensare i suoi abiti. Mi dirà poi un cameriere dell’albergo che si trattava di un grande scrittore francese di fama internazionale, vincitore di un premio Nobel. Lo rividi sul muretto nei giorni successivi, sempre con gli stessi abiti da barbone ed il cappelluccio pendulo in testa. Con me, debbo dire, non andò mai oltre il sorriso. Sotto gli abiti dimessi del vecchio barbone, c’era una persona dai modi gentili, educata, un signore vero”.

Mite e gentile, adoratore e patetico, il Gide ottantunenne innamorato a Taormina. Ben diverso dal Gide che per più di mezzo secolo aveva incantato e scandalizzato i salotti di Parigi e di mezza Europa, duro e scorbutico, sfrontato e provocatore. Un “mostro di egotismo e crudeltà”, a sentire la donna (una cuginetta) alla quale si era unito in matrimonio senza mai consumarlo. Era il 1895. André Gide aveva 26 anni ed era “integralmente omosessuale” (come lui stesso dichiarò) quando sposò la cugina Madeleine Rondeaux, di tre anni più giovane, affascinante, colta, innamoratissima. “L’ho amata anch’io, certo, ma in modo totalmente casto”, scriverà André nei suoi diari. Avrà una figlia, qualche anno dopo il matrimonio, ma non da lei: da una affascinante olandesina, Elizabeth van Rysselbergh, che non pensò mai di sposare.

Uomo di grande charme, fisico e intellettuale, amava essere amato anche dalle donne, ed una (inglese) lo amò forse più intensamente e certamente più a lungo della moglie: Dorothy, moglie del pittore francese Simon Bussy e grande amica della famosissima scrittrice inglese Virginia Wolf. Dorothy aveva 53 anni, tre più di André, quando lo conobbe, nel 1919 (lo scrittore era già separato dalla moglie, da un anno). Per lui lasciò il marito e Londra e si trasferirsi a Parigi, in casa sua. Gli resterà accanto per 32 lunghissimi anni, fino alla morte di lui, senza avere mai con lui (come già la moglie) rapporti di letto.

Niente sesso, tra lo scrittore André Gide e le sue compagne (unica eccezione, il brevissimo rapporto, già ricordato, con la olandesina che lo renderà padre). L’incontro con Dorothy avvenne su un piano squisitamente intellettuale, in un rapporto che fu soprattutto di lavoro. La signora, Dorothy Strackey, che aveva una ottima conoscenza dell’inglese e del francese, tradusse in inglese le più importanti opere di Gide, da “L’immoralista” a “La porta stretta”, “Sinfonia pastorale”, “La scuola delle mogli, “I sotterranei del Vaticano, ed anche alcune delle sue opere teatrali giovanili, Saul, Edipo, Re Candaule (la tragica favola del pescatore Gige che sarà poi rappresentata al teatro greco di Taormina nell’agosto del 1951, sei mesi dopo la morte dello scrittore).

Dorothy sapeva tutto, chiaramente, della sua omosessualità, da lui dichiarata senza perifrasi te nel romanzo autobiografico “Corydon”; e sapeva anche che era stato l’assoluto rifiuto di André ad avere rapporti con la moglie a far fuggire da casa la disperata Madeleine nel 1918, dopo 23 anni di matrimonio da lei passati in bianco. “La sera, con il carissimo André”, scriveva Dorothy nei suoi diari, “leggevamo Shakespeare e Marlow nella lingua originale, perché lui avesse modo di perfezionare il suo inglese”. Poi, a notte alta, andavano a dormire: in camere separate, come avevano sempre fatto i coniugi Gide per 23 anni. “E’ una donna innamorata”, dicevano le amiche che andavano a trovare Dorothy a Parigi, “e una donna che ama davvero è capace anche, con la forza del proprio amore e dei propri sentimenti, di reprimere le proprie passioni, di far tacere la carne”.

Era viva e palpitava per un giovane aspirante regista, la carne di André, e Dorothy lo sapeva benissimo. Si chiamava Marc Allegret, l’amato, era francese come lui, di famiglia assai facoltosa, ed aveva 31 anni meno di lui. Era stata proprio la partenza del quarantanovenne André con il diciottenne Marc per una vacanza in Inghilterra a provocare la rottura definitiva con la moglie. La signora Gide, quel giorno, disse basta: se ne andò di casa, dopo aver bruciato nel camino le lettere d’amore che il cugino André le aveva mandato sin da ragazzo, molto affettuose, e quelle, affettuosissime, che gli aveva mandato lei. Non si era scomposto più di tanto, il marito abbandonato: della moglie non gli era mai importato e non gli importava nulla. Il suo unico cruccio era per le lettere bruciate, che aveva già promesso all’editore dei suoi libri. “André Gide”, raccontavano i suoi amici più cari, “non scriveva un solo rigo, anche nella corrispondenza privata e più intima, che non pensasse poi di pubblicare: in vita, naturalmente, non post mortem“. Faceva parte del suo narcisismo (di omosessuale e di scrittore) consegnare al pubblico i propri sentimenti, attraverso la pubblicazione delle lettere d’amore scritte ed anche di quelle ricevute. Pubblicherà in vita l’intero carteggio della corrispondenza con Dorothy, comprese le appassionate lettere che aveva ricevuto da lei. Con grande sorpresa e disappunto della compagna, che ne era all’oscuro e mai (tenne poi a precisare) avrebbe dato il suo assenso alla pubblicazione.

C’è tanta amarezza nelle lettere che Dorothy scrisse all’amato nella maturità. Amarissima quella che gli consegnò “brevi manu” quando scoprì che il suo compagno, dopo vent’anni, aveva deciso di affidare ad un giovanissimo amico, e non più a lei, le traduzioni in inglese delle sue opere. Ma non ci fu rottura, tra i due: continuarono a vivere sotto lo stesso tetto. Bisognava accettarlo com’era, il grande Gide. Uno scrittore acclamato dai francesi, ricordava il suo collega ed amico Anatole France, come “una delle menti pensanti e creative più rappresentative del Novecento europeo”. A odiarlo erano solo i comunisti, i quali non gli perdonavano di avere prima aderito con entusiasmo al comunismo sovietico e poi di averlo clamorosamente condannato dopo un viaggio a Mosca nel 1936.

“Ritorno dall’Urss” e “Ritocchi al Ritorno dall’Urss”, i libri che gli tirarono addosso gli anatemi della stampa comunista. “Gide, il traditore”, “un bieco reazionario”, “servo dei padroni”, “nemico della classe operaia”: questo il campionario di epiteti pubblicati a caratteri cubitali. “Quelle sue calunnie, assurde e ignobili, contro il Paese guida del comunismo, sono la bava avvelenata di un figlio della borghesia, di un alleato dei nostalgici nazisti e delle camicie nere”, scriveva in Francia il quotidiano comunista “L’Humanité”. E la “Pravda” a Mosca rivolgendosi ai lettori militanti: “Sapete perché il signor Gide ce l’ha tanto con noi? S’è indignato, poverino, quando si è accorto che i comunisti non sono pederasti”. Quando a Stoccolma diedero al settantottenne André Gide il premio Nobel per la letteratura, nel 1947,la stampa comunista riprese a vomitare veleno. invettive ed insulti sullo scrittore. “Hanno dato il premio ad un uomo che ha già disegnata sul viso la maschera della morte”, scrisse “L’Humanité”. Ed al coro di insulti si unì il Togliatti, segretario del Pci. “Personalmente vorrei invitare il signor Gide ad occuparsi di pederastia, dove è specialista, anziché di politica e comunismo”, scrisse su “Rinascita”.

Era a Taormina tre annidopo, il Gide premio Nobel. Arrivò in primavera e restò qui per tutta l’estate. In agosto, si disputarono al teatro antico i campionati europei di lotta greco-romana e l’ottantunenne scrittore li seguì da un posto in primissima fila, senza mai staccare gli occhi dai bicipiti di atleti venuti da ogni parte del vecchio continente. “Mai visto uno spettatore così attento e interessato”, osservarono i dirigenti della Federazione sportiva. Ammaliato anche dal teatro, chiaramente. Quando i campionati finirono, lo scrittore Gide continuò a frequentarlo quasi giornalmente: si piazzava in cima alla cavea per assistere allo spettacolo del tramonto.

E lì, un pomeriggio, lo incontrò il regista taorminese Giovanni Cutrufelli, il quale gli comunicò il suo progetto di mettere in scena in quello splendido teatro il suo “Re Candaule”. Entusiasta, il drammaturgo Gide. “Ci sarò senz’altro”, promise. E aggiunse: “Tornare a Taormina è sempre una gioia immensa per me”. Lo spettacolo andò in sena nell’agosto del 1951, protagonista Tino Carraro. Un successo pieno, unanimi consensi di critica e di pubblico. Mancava l’autore, purtroppo: era morto il 19 febbraio, a Parigi, alla soglia degli 82 anni.

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