Un partito lacerato sul lavoro – Il Partito Democratico continua a dividersi e a scontrarsi sul tema del lavoro. Le diverse minoranze di via del Nazareno si sono ricompattate e provano a rilanciare il loro ruolo con una lotta serrata nei confronti del Jobs Act. Il partito è lacerato al suo interno e una quarantina, tra senatori e deputati, hanno presentato sette emendamenti (preparati in gran parte da M5s e Sel) che riguardano la riforma del lavoro e prevedono l’estensione di garanzie in senso diverso da quello previsto dal governo. Una distanza, al momento, incolmabile tra le parti che costringe le altre forze politiche ad assistere a una di quelle diatribe tipiche del centrosinistra degli ultimi decenni. L’ex segretario Pier Luigi Bersani ha rincarato la dose contro Matteo Renzi e gli ha ricordato che «governa con il mio 25 per cento, esigo rispetto». Bersani sembra irritato, perché Renzi non accetta i suoi consigli e quelli della sua corrente su un tema così delicato.

Bersani sfida Renzi, come fece con Veltroni – Ormai è chiaro che sull’articolo 18 può cadere il governo. Bersani e l’ala sinistra del Pd non sembrano disposti a trattare su questo punto: «L’articolo 18 non è un simbolo, ha certo un aspetto simbolico, e non si può buttarlo via». L’ex presidente della regione Emilia Romagna è deciso a mettere in discussione l’autorità del suo segretario e proprio come fece con Walter Veltroni, attacca a testa bassa. Lo fa sostenendo che il Partito Democratico di Renzi si sta spostando a destra. L’esito di questi attacchi, però, potrebbe essere diverso dal passo indietro dell’ex sindaco di Roma. Tralasciando il fatto che Bersani si dimostra combattivo solo contro i segretari democratici che riescono a condurre il suo partito a percentuali molto alte, il contesto economico potrebbe avere un peso fondamentale nel muro contro muro in casa del Pd. Gli italiani guardano con perplessità a un dibattito interno proprio sul tema del lavoro. Non capiscono il motivo per cui il principale partito del governo di larghe intese si debba dividere sulla riforma del lavoro, che potrebbe rappresentare una svolta per il Paese.

“Ne rimarrà soltanto uno” e il non senso delle primarie – Sembra una lotta tra highlander. Quelle battaglie senza senso a cui il Pd ci ha abituato nel corso degli anni e con il motto “ne rimarrà soltanto uno”, gli esponenti di spicco di via del Nazareno si sfidano in un combattimento all’ultimo sangue dimenticando le esigenze del Paese. Ciò che conta, per loro, è la gloria eterna. Ovvero un ruolo di primo piano nel partito. Il resto viene dopo. In un panorama del genere, come direbbe lo storico conduttore televisivo Antonio Lubrano, “la domanda sorge spontanea”: ma qual è il senso delle primarie? Nel Partito Democratico si considera questo momento come un periodo cruciale per rilanciare il partito e far scegliere al popolo il nuovo segretario. Un profilo che dovrà guidare il Pd al successo e al rinnovamento. Dopo la nomina il partito si ricompatta, ma con il trascorrere dei mesi emergono le solite divisioni e la linea politica emersa con forza dalle primarie non viene rispettata, in primis, da chi ha perso che non accetta l’esito democratico della votazione ed è pronto a mettere i bastoni tra le ruote al neo eletto con ogni mezzo parlamentare e mediatico.

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