Giovanni Fattori fu uno degli esponenti più importanti dei macchiaioli. La macchia fu un termine usato in senso dispregiativo da un critico giornalista della “Gazzetta del popolo” ai tempi, e come spesso accade, gli artisti la cosa invece di prenderla a male la presero come cavallo di battaglia e iniziarono ad usare con orgoglio questa definizione che illustrava il loro modo di intendere la pittura, cioè come la deposizione di colori per costruire una immagine, senza avere come punto di riferimento la linea e il punto geometrico, ma solo la pura osservazione retinica. Ciò avrebbe permesso nelle intenzioni dei macchiaioli di tradurre le sensazioni del linguaggio pittorico, senza trasformarla né degradarla, affrontando la realtà con una “presa diretta”.

Ciò che interessava Fattori era la possibilità di trovare un universale della bellezza in quella che era la vita di tutti i giorni, rimanendo il più possibile aderente all’osservazione. Cercava questo chiaramente tra le pieghe della vita sociale anche nelle sue manifestazioni più tristi o dolorose. «Mi sono interessato», diceva «anche di mettere sulla tela le sofferenze fisiche e morali di tutto quello che disgraziatamente accade». Partecipando ad alcune battaglie per l’unità d’Italia come fattorino per il Partito d’Azione non poteva non conservare le immagini della fatica anche dei militari, e la nervosa fatica di cavalli nello sforzo della battaglia, ma sempre cercava i segni della fatica dell’uomo che stava sotto la divisa. Amava gli umili e i contadini e da certe immagini traspare un amore anche per gli animali che spesso li accompagnano nel lavoro nei campi.

Si sente nelle sue opere il sole e il sudore anche nelle scene di pausa e di riposo, e sempre si attende che il tempo inizi a scorrere da quell’attimo immortalato. In uno dei suoi quadri più belli, “La libecciata”, riesce a far sentire la fatica dell’uomo anche se figure non ce ne sono affatto. C’è la fatica di tenere quel vento sulla faccia che quasi si avverte davvero. Perché rimane attuale il suo messaggio? Perché è solo in tempo di crisi che serve l’occhio di un attento osservatore, ed e solo attraverso la crisi che avvengono i salti in avanti, infatti per prendere una rincorsa si fa come prima cosa un passo indietro. Il superamento del Romanticismo, del Neoclassicismo e del Purismo accademico, furono il passo indietro dei macchiaioli; la rincorsa invece il percorso per il raggiungimento di una visione che avrebbe anticipato le enunciazioni teoriche degli impressionisti francesi e avrebbe condotto i pittori in una landa dove è lecito rendere solo ciò che l’occhio percepisce, macchie colorate di luci ed ombre.

In questa terra libera di intellettualismi, gli spunti non possono che nascere dal quotidiano, dal qui e ora, dal presente assoluto. Ma la tela non è l’obiettivo di una macchina fotografica e quindi è naturale che non si può evitare la presa di posizione dell’artista che è comunque armato di un pre-giudizio, cosa che del resto fa oggi parte anche del bagaglio di un fotografo. Testimonianza, cronaca e commento erano allora le tele di Fattori ed è questo che oggi ricercano i fotografi. Una tensione narrativa e documentaria nel segno di una tecnologia aiutata dalla macchina. Il segno dell’artista viene impresso senza che ce ne accorgiamo. Uno dei nostri maestri nel campo dell’arte, Flavio Caroli, ci ha sempre detto che non c’è bisogno di nessuno sforzo per essere artisti, né tantomeno per essere contemporanei. In effetti è già tutto nel segno, nel caso specifico è già tutto nel taglio e nella composizione. Riguardo al taglio sociologico, rimane forte per Giovanni Fattori una poesia della fatica dell’umano, che in tempo come il nostro può servire a farci leggere come bello e positivo l’impegno che ognuno deve profondere per attraversare un fiume, un percorso, un tratto di strada, una guerra o una battaglia, che sia quella di Anghiari o quella dell’Assalto alla madonna della Scoperta.

Se è l’occhio lucido di un osservatore a riportarlo non può non notarsi la verità. Sullo sfondo c’è la visione di una metafisica che lo accomuna anche ai divisionisti come Segantini e ai cubisti, ma sulla superficie trionfa l’umano. E infatti Giovanni Fattori mentre nel quadro dell’Assalto riporta toni retorici e qualche squillo di tromba entusiastico in più, in un’altra battaglia, “Il quadrato di Villafranca”, ci troviamo di fronte a soldati che sembrano aver perso gli entusiasmi del Risorgimento e la guerra appare nella sua più banale dis-umanità e comincia a intravedersi un concetto dell’assurdo di essa. Serve una nuova generazione di osservatori, una nuova generazione di artisti, che sappia anticipare i tempi e che racconti il presente e che con «voce autentica dica la verità in un mondo come quello in cui stiamo vivendo, fatto di bugie e stupidità». Questo è infatti anche l’auspicio dello scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi che a “Pordenonelegge” ha presentato il suo libro “L’ultima parola”. «Non potendo affidarci a Google o ai politici, non ci rimane che nutrire ancora speranza nell’arte».

© Riproduzione Riservata

Commenti