“Sicilitudine” è un termine coniato da Leonardo Sciascia, il quale l’ha fatto proprio e ne ha fatto anche il titolo di un saggio “Sicilia e similitudine”, rendendolo tanto famoso da essere oggi inserito ufficialmente nell’enciclopedia Treccani. Il termine è spesso utilizzato nel bene e nel male con riferimento a una specificità della letteratura siciliana appartenente a una cultura che se non separa, certamente, isola. La “sicilitudine” però si pone come metafora di una condizione umana universale, simbolo di letteratura, e non a caso la letteratura del Novecento è imbevuta di noti scrittori e poeti siciliani.

Per non morire di “sicilitudine” quattro giovanissimi scrittori Daniele Zito (Catania) Angelo Orlando Meloni (Siracusa) Guglielmo Pispisa (Messina) e Rosario Palazzolo (Palermo) coordinati da Massimo Maugeri, noto scrittore e giornalista siciliano. Si sono incontrati durante il NaxosLegge ideato e organizzato da Fulvia Toscano proprio per argomentare su questo tema. Al centro della piacevolissima conversazione non solo il significato di essere scrittori siciliani oggi, ma anche le loro ultime produzioni letterarie: “La solitudine di un riporto” (Hacca, 2014) di Daniele Zito; “Cosa vuoi fare da grande” (Del Vecchio, 2013) di Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio; “Voi non siete qui” (Il Saggiatore, 2014) di Guglielmo Pispisa; “Cattìveria” (Perdisa Editore, 2013) di Rosario Palazzolo.

Brutto, solo e devastato da un riporto agghiacciante Antonio Torrecamonica, protagonista del primo romanzo scritto da Zito, si ritrova a condurre, suo malgrado, una vita che gli altri hanno scelto per lui. Rinchiuso in una piccola libreria di provincia, un giorno finalmente prende un libro in mano comincia a sfogliarlo, a leggerlo, rimanendone folgorato. Inizia così una nuova vita che lo porta con non poche difficoltà verso la libertà. Il futurometro è una macchina rivoluzionaria destinata a cambiare il futuro dei ragazzi e dell’istruzione: analizza il bambino che ha dinanzi e prevede il suo successo nella vita, indicandogli l’orientamento didattico, in breve cioè, gli indica cosa deve fare da grande.

Scoperta da uno dei più importanti inventori del mondo, un tempo bambino denigrato da tutti, il turco Bayraktar, la strana macchina è stata acquisita, con grande invidia di molte nazioni, dal Ministero dell’Istruzione italiana e subito sperimentata per caso in una nota scuola milanese. “Cosa vuoi fare da grande“, romanzo divertente ma dal retrogusto amaro scritto a quattro mani è un racconto tragicomico del futuro dell’istruzione italiana. Un futuro non troppo lontano e non troppo irrealizzabile ed è questo che ci sbalordisce: arriveremo a tal punto da trasformare il cosa vuoi fare da grande con il cosa devi fare da grande, poiché così decide una macchina?

Walter Chiari, avvocato messinese, non ha nulla a che fare con il noto attore degli anni sessanta. Ha una passione viscerale per la letteratura, ma per vivere ha un impiego noioso e una vita piatta. Un giorno, però, tutto cambia: perde il lavoro, conosce una donna e si lascia invischiare in una relazione extraconiugale e in un intricatissimo piano affaristico poco legale. In Walter Chiari c’è molto di Guglielmo Pispisa, entrambi sono esponenti emblematici di una generazione che ha sperato in grandi cose e si è trovata invece senza alcuna difesa abbandonata a se stessa in un modo crudele e beffardo.

Costanza Maria, Mariolina o Mariolì, vive la sua tragedia quotidiana, pulendo quasi al parossismo la sua casa, quasi come fosse spinta dal tasto del suo videoregistratore che lei, di fatto, usa in continuazione, ossessionata com’è dalla tv e dai programmi di successo, che scandiscono – o meglio bombardano – la sua giornata. Marcello è ragazzo perso nel suo mondo di cartoni animati, di canzoni a squarciagola, di storie di vita raccolte nei corridoi di scuola che lo fanno sentire forte e capace di trasformarsi facilmente in qualsiasi eroe televisivo. Il loro legame familiare è contaminato da presenze che fanno della famiglia, un luogo di sangue e dolore in cui persino un compleanno si trasforma nel teatro di un dramma più che in un momento di allegria. Nel romanzo di Palazzolo tutto ruota intorno alla dicotomia cattiveria/cattìveria in un miscuglio di realtà e finzione proprio come quella dirompente della televisione.

Il leitmotiv che accomuna questi giovani scrittori siciliani è lo spaesamento. Tutti hanno letto Leonardo Sciascia e sono consapevoli della sua grandezza, ma per scelta non ambientano le loro storie in Sicilia e se lo fanno come nel caso di Pispisa, Messina è un non luogo, metafora di una qualsiasi provincia italiana. Nessuno dei quattro come altri scrittori underground, e citiamo su tutti Stefano Amato con il suo “Il 49esimo Stato”, non vivono di scrittura. Nella vita fanno altro, a volte tutt’altro e tutti e quattro concordano in pieno che non intendono “morire di sicilitudine”.

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