Si riempiranno invece dal 3 ottobre, di opere vere, accuratamente scelte dal centro Pompidou di Parigi, le sale del Palazzo Blu di Pisa, dove parte la mostra del grande. E il vero e il falso giocano subito a rimpiattino perché non è possibile sentirne il nome senza associarlo alla famosa truffa giocosa organizzata da quattro giovani burloni e da uno meno giovane, che era interessato a scoprire le dinamiche attraverso le quali i critici, i mass-media contribuiscono alla creazione di un mito.

Tutte persone che realizzarono le ormai notissime teste false dell’ artista livornese, che per tanti giorni gettarono nella confusione più assoluta storici e critici dell’arte. Il dissoluto artista e tombeur de femmes. Modigliani incarna la perfetta figura dell’artista “maledetto”, pittore geniale e trasgressivo, uomo dedito ai piaceri dissoluti. A partire dalla data di morte che lo accomuna con buona parte degli artisti che sembrano aver bruciato la fase artistica con una straordinaria velocità proprio per la straordinaria intensità che la caratterizza. Il ritratto era una delle pratiche pittoriche che più lo interessava, e il nostro artista, genio incompreso che si rifugiava nell’assenzio, aveva elaborato una tecnica ed una poetica così forte, speciale e unica da portarlo alla creazione di una icona inconfondibile.

Tutte le persone che posarono per lui dissero che essere ritratti da Modigliani era come farsi spogliare l’anima. Ma siamo alle solite, si può avere un animo sensibile in grado di leggere l’anima, se si è affinata tale capacità attraverso l’esperienza delle emozioni, che sempre passa anche sui sentieri delle privazioni. E la vita dell’artista livornese, noto anche con il soprannome di Modì,  ed è curiosa l’assonanza con “maudìt”, è stata una di quelle che per tanti versi può essere definita problematica fin dall’infanzia. Bacco tabacco e venere. Incarnava il mito romantico dell’artista geniale e trasgressivo che amava la vita dissoluta e andava alla ricerca di un piacere superficiale, diviso tra tanti amori e le droghe “legali” del vino e dell’assenzio. Certi vizi riducono l’uomo in cenere, ma probabilmente il passaggio di Modigliani era già carbonizzato in partenza.

Nacque, ultimo di quattro figli, in una famiglia ebrea-italiana. In quel periodo le famiglie di provenienza di entrambi i genitori versavano in situazioni economiche di dissesto, e in certe situazioni, contrastate solo dall’impegno della madre di origine francese, che aprì una scuola materna, e si industriava facendo traduzioni, non è difficile immaginare da dove potessero arrivare le gracili condizioni fisiche del piccolo Amedeo. La sua salute già malferma fu minata nell’adolescenza da una febbre tifoidea, e poi dall’esordio della tubercolosi, che contrasse in maniera così seria da impedirgli la frequenza agli studi, dovendosi ritirare a Capri per curarsi. Un giovane così provato che disegnava fin da piccolo con discreti risultati, iniziò a studiare arte relativamente tardi, poiché prima la famiglia non poteva garantirgli certi studi.

Quando arrivò a Parigi, come poteva non trovarsi nel pieno della sceneggiatura melodrammatica che era la sua vita? I caratteri del melodramma. C’era l’arte che rappresentava al contempo la figura del “tiranno” e la musa “dell’innocenza perseguitata”, c’era il “gonzo” incarnato dai divertimenti appresso alle donne, sciolti nel vino e nell’assenzio. Circondato come era in quella Parigi di artisti di ogni tipo, come Marc Chagall, Max Jacob, Georges Braque, Jean Cocteau e Constantin Brancusi, non mancavano sicuramente i “personaggi secondari”. E poi c’era lui, che passava con la leggerezza di un artista a impersonare tutte le figure del melodramma, dal gonzo al tiranno di sé, fino a trasformarsi nel “ cavaliere dell’innocenza” quando trovò il vero amore nella giovane pittrice, Jeanne Hébuterne. Girando tra i tropi del dramma melodico come gli “abissi” dell’anima, “il rimorso”, tenendosi stretto al filo rosso di tutta la filosofia che vi sottende, il melodramma si chiude, al terzo atto su un quadro costellato dalle centinaia di opere straordinarie dell’artista, con una scena cui manca solo la musica di Verdi.

Viene trovato in fin di vita in preda a una meningite tubercolotica dalla compagna della sua vita, che gli aveva già donato un figlio, ma gli sforzi di far arrivare un medico nel tentativo di salvarlo non servono a nulla e il nostro eroe esala l’ultimo respiro tra le braccia dell’amata. Jeanne Hébuterne, che era stata portata a casa dai suoi genitori ancora incinta del secondo figlio, all’indomani della morte di Amedeo si getta da una finestra al quinto piano. Si chiude così il sipario, rosso, con su ricamato in oro “Il grande nudo disteso”. Mentre si alza un cartello di brechtiana memoria: Muore il dolce testardo, trasgressivo, romantico e geniale nella costante e irrequieta ricerca del nuovo.

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