Le conseguenze sociali della crisi – La lunga depressione economica che sta accompagnando il mondo occidentale ha compiuto sei anni. Più di un quinquennio e meno di un decennio, ma il tempo è sufficiente per tirare delle somme. Analizzare cosa è cambiato davvero in questo periodo. Senza ombra di dubbio, considerando il dato sociale, la disoccupazione si è diffusa a macchia d’olio e come spesso accade in questi periodi a pagarne le conseguenze sono le persone con meno garanzie, ovvero i giovani. I dati dell’Unione europea indicano un’assenza di lavoro preoccupante tra le nuove generazioni. L’Italia, neanche a dirlo, è uno dei Paesi del vecchio continente con maggiore disoccupazione giovanile. Numeri che sembrano il frutto di un doloroso dopoguerra, soprattutto nel Mezzogiorno. Inoltre i vari comuni e gli enti istituzionali disseminati sul territorio, hanno dovuto fare i conti con una rigorosa spending review. La conseguenza è stata un ridimensionamento dei servizi pubblici rivolti al cittadino.

L’etimologia della parola crisi – Eccola un’altra caratteristica di questa crisi. Lo Stato ha stretto la cinghia. Uno dei meriti della crisi è stato quello di mostrare gli sprechi nel sistema statale e adesso si cerca di rendere l’intero apparato meno burocratico e ingombrante. Un processo lungo e complicato, soprattutto in un Paese come il nostro. La crisi economica ha messo in evidenza anche lo sperpero di denaro pubblico della classe politica e proprio su questo tema alcune forze antisistema hanno costruito il loro programma elettorale. Al di là di tutti questi aspetti, però, l’etimologia della parola crisi nasconde un mondo che ormai tendiamo a porre in secondo piano. Il termine deriva dal greco krisis, ovvero scelta, decisione. A sua volta un derivato dal verbo krino, io decido, io separo, io discrimino, io giudico. Quindi la crisi è un momento di scelta, di presa di posizione, di riflessione. E’ un periodo cruciale, che nella maggior parte dei casi ha come fine quello di invertire la rotta del recente passato.

Che succede se un popolo non trae insegnamenti da una crisi? – Un concetto del genere vale anche per una crisi economica e allora è necessario porsi alcune domande. Rispetto al periodo precedente la depressione sociale, cosa è cambiato in noi? Se una crisi economica è un momento importante per ridefinire il nostro orizzonte e per riorganizzarci, come abbiamo sfruttato questo periodo temporale? Il mondo, a quanto pare, ci pone dinanzi nuove sfide. Siamo pronti a coglierle? Si fa presto a dare la colpa agli altri (per esempio ai politici), ma noi cosa abbiamo fatto per cambiare questo stato di cose? Del resto la classe politica è uno specchio del Paese. Ci si lamenta che l’Italia è una nazione di caste, di matrioske chiuse una dentro l’altra. Noi, rispetto a una condizione del genere, che posto occupiamo? Saremmo pronti a denunciare lo status quo, oppure vorremmo far parte delle caste? Se la krisis è una riflessione occorre pensare a queste domande e provare a chiedersi se dal 2008 siamo cambiati, oppure questo momento, inteso come opportunità di svolta nel modo di pensare e agire, non è servito a niente? Se una crisi economica e sociale non ha la forza di modificare la visione della realtà di un popolo, a quale rischio si va incontro?

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