Pier Paolo” è il titolo di uno spettacolo evento ideato dal regista Giorgio Barberio Corsetti. Strano perché gioca con la ricerca di una nuova forma teatrale su un palcoscenico a dir poco inedito. È stato infatti, il 12 settembre, il manto erboso dello stadio di Rieti a sostituire le tavole teatrali, e il racconto che analizzava e provava a sviscerare la grande passione di Pasolini per il pallone, si è svolto, a chiusura di un progetto laboratorio che tendeva a coinvolgere tutte le realtà artistiche locali, tra lo sviluppo di una partita reale giocata da veri calciatori, mentre attori professionisti animavano lo spettacolo, creando ad arte delle interruzioni, finti incidenti, e altre situazioni teatrali attraverso le quali si poteva assaporare la poetica e gli scritti di Pasolini. Pier Paolo da personaggio straordinario, poeta infinito, visionario e acuto osservatore dei propri tempi, e precursore dei nostri tempi, avrebbe sicuramente gradito, perché amava la letteratura e le dinamiche del teatro, e amava il calcio in maniera quasi morbosa al punto che in un intervista di qualche anno fa disse che se non fosse stato un grande poeta e un grande regista avrebbe desiderato diventare un bravo calciatore, perché considerava il calcio dopo la letteratura e l’eros il la cosa che più gli dava piacere.

Giocava infatti da ragazzo per ore, e come tutti i ragazzi dell’epoca si accontentava di un campetto qualsiasi purché ci fosse un pallone che potesse far rinascere quella magia di rincorrerlo nel tentativo di metterlo in rete. Sapeva di calcio, e di sicuro, anche se non avrebbe gradito gli sviluppi del calcio moderno, che si è avvicinato troppo all’odore dei soldi, avrebbe sempre colorato di poesia ogni suo commento, ed è un peccato non poter approfittare più della sua lucida mente, che così come leggeva le bellezze, avrebbe letto con saggezza ed ironia le brutture di quella che è stata la colonna sportiva della sua vita. “Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato”, sottolineò Pasolini in un saggio dedicato proprio al gioco del calcio. Un linguaggio comprensibile a tutti perché parla delle emozioni primordiali e della vita, e, specialmente se viene filtrato con l’ironia e il comico del teatro, potrebbe essere un momento di crescita.

Giorgio Barberio Corsetti ha lasciato che si infiltrasse tra le maglie della partita la poesia del uno dei più grandi poeti che l’Italia ha avuto nel novecento. E soprattutto che arrivasse alle orecchie del pubblico sulle tribune e ai calciatori. Il calcio rimane comunque l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, è un rito in fondo anche se è evasione. Forse l’unico evento ancora in grado di coinvolgere la totalità della Polis, una rappresentazione liturgica del nostro tempo, in cui ancora riesce ad emergere un senso del “Tragico”.

Il calcio abbiamo detto altre volte non è una metafora della guerra, ma è la guerra. Meglio ancora sarebbe dire che è la vita; l’agone nel quale vengono messe in gioco tutte le passioni e tutte le emozioni. In effetti per conoscere profondamente un individuo, forse una delle maniere migliori è quella di vederlo giocare a calcio. Pasolini giocava, da ala velocissima, era infatti soprannominato “Stukas”, con l’unico spirito che ti fa crescere e volare, quello di un bambino appassionato. Esistono infatti foto simbolo ormai in cui lo si vede in giacca e cravatta spinto da quella passione che lo animava e lo rendeva pronto a raccogliere l’invito di qualunque squadretta di periferia gli desse la possibilità di sentire il rumore di un pallone Il senso del tragico di cui parlava Paolini è il senso della comprensione, della consapevolezza e della reinvenzione ironica e comica della vita, che solo attraverso questo passaggio diventa anche crescita.

Peccato che poi nessuno si renda conto che diventa “teatro” solo quando si gioca, e quando si gioca secondo le regole. Partecipare è anche l’idea della libertà, mentre affidare il senso della propria vita, stando sugli spalti senza entrare profondamente in questi pensieri, dare importanza alla realizzazione di un goal o a una vittoria separandolo dall’idea della bellezza, e allontanando la poesia delle geometrie affascinanti del gioco, dal fascino nascosto nella sconfitta, può solo portare a tragedie reali, di cui ormai la cronaca ci racconta quasi quotidianamente. Mentre un arbitro attore declama parole che illuminano sui lati oscuri che proiettano il denaro e il consumismo su un’ala del campo si proietta in un volo magico lo spirito di un poeta che forse avrebbe meritato più tempo, morto pochi giorni prima di una partita da capitano della nazionale degli artisti. Immagini e sogni di altri tempi.

“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara
(giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora,e i miei amici,
qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”:ricordo dolce bieco) sono stati
indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso.
Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di
Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai
visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni èstato un po’
ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale!
(P. Pasolini)

© Riproduzione Riservata

Commenti