Il mistero sulla vita di William Shakespeare ha favorito nel corso dei secoli teorie che hanno cercato di dimostrare come in realtà Shakespeare non fosse inglese, ma danese o toscano. Una di queste teorie vorrebbe che Shakespeare fosse addirittura nato a Messina sotto il nome di Messer Michelangelo Florio. Pare che il cognome della madre fosse Crollalanza e da qui a “Scrolla – la – lancia” che in inglese diventa “shake the speare”. Forse questo mistero e queste incertezze sulla sua identità confermano come Shakespeare appartenga a tutti noi, ma in maniera particolare al Sud del mondo.

Proprio partendo dalla drammaturgia del Meridione che ha rielaborato in maniera del tutto personale il noto Bardo, nasce e si sviluppa il convegno A Sud di Shakespeare organizzato da Fulvia Toscano per il NaxosLegge in collaborazione con Latitudini, l’importante circuito della drammaturgia contemporanea in Sicilia. Un convegno che ha voluto focalizzare l’attenzione su alcune importanti esperienze di riscrittura del teatro shakespeariano, realizzate da drammaturghi, registi e attori meridionali. All’incontro hanno partecipato Angelo Campolo, Giuseppe Carbone, Tino Caspanello, Claudio Collovà, Giuseppe Massa, Giuseppe Provinzano, alcuni, cioè, tra i più importanti esponenti della scena contemporanea, insieme a Gigi Spedale produttore e a Dario Tomasello, docente di Letteratura italiana contemporanea e Discipline dello Spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina.

Il coordinamento dell’incontro è stato affidato alla anglista Maria Vita Cambria e alla critica e studiosa di teatro Vincenza di Vita. Partendo dal Riccardo III per la regia di Roberta Torre, realizzato nel laboratorio-officina dei Cantieri Culturali della Zisa, messo in scena al teatro Garibaldi di Palermo, grazie alla sinergia di attori professionisti e pazienti psichiatrici, notiamo come una rilettura e personalizzazione del dramma politico shakespeariano ci porta verso un teatro dell’umanità, dove la fisicità e l’emotività di energie diverse si mescola così bene da mostrarti come la mente umana sia fragile e misteriosa e farti chiedere di fatto chi fosse “il matto” e chi no. L’impatto visivo creato sulla scena dalla Torre è un mare di stracci, pezze, stoffe buttate anche su corpi inquieti, abbandonati. Il tutto accompagnato lentamente da una musica ossessiva e struggente eseguita live.

Il processo di traduzione e riscrizione compiuto da Giuseppe Provinzano, attore, regista, porta in scena una trascrizione di Amleto, dal titolo To play or to die, che diventa una riflessione profonda sul ruolo dell’attore e sulla situazione politica del nostro tempo. E infine un modo per interrogarsi sul perché ci ostiniamo ancora a vedere e fare teatro. Coprodotto dalla compagnia Babel, andato in scena nell’ambito dell’ottava edizione del festival Short Theatre, To play or to die ci “sbatte in faccia” in maniera dura e cruda la situazione del teatro oggi. Le domande nascono spontanee: Ma chi fa più il teatro? Ma si campa ancora con il teatro? Claudio Collovà, che ama definirsi un artigiano del teatro, ci ha parlato de sui progetti teatrali: Re Lear reallizzato in collaborazione con gli istituti penali minorili di Palermo, Bologna e Milano e Amleto che poggia in particolare sull’Hamlet/Maschine di Heiner Müller dove la Danimarca è diventata bunker con un finestrone centrale che appare all’inizio illuminato con colori rosso-magenta e fascia nera superiore rievocando quei dipinti astratti di Rothko. Una lettura quella di Collovà che privilegia l’idea che è la vita ad influenzare la creazione di un’artista. Esempio Edmondo (Re Lear) fratello di Shakespeare che lui non difese mai nella vita; Amleto nome del figlio di Shakespeare che morì a soli undici anni.

Dario Tomaselli ha analizato La tempesta riscritta dal grande Eduardo De Filippo legata alla tradizione, tanto da mantenere saldo il testo di partenza e utilizzare l’originale in una tradizione fatta dalla moglie in napoletano antico. Per cui l’originalità de La tempesta di Eduardo sta nella lingua, nella resa delle affermazioni che rendono, alla napoletana, il medesimo senso delle espressioni forgiate dal drammaturgo di Stratford-upon-Avon. L’evocazione di forze misteriose ed incontrollabili della natura, sono dinamiche che si aggiungono alla perenne visione dell’umanità come esercito di burattini guidati da destino. Ed è la versione di Claudio Colla proprio quella realizzata con i burattini e con la voce originale di Eduardo De Filippo che è stata presa ad esempio. Angelo Campolo ci ha parlato del laboratorio ideato e diretto insieme a Annibale Pavone dal titolo emblematico Il gioco più serio – Capitolo I: A Sud di Shakespeare. Il laboratorio ha rappresentato una valida occasione per aspiranti attori e non di studiare il proprio corpo e la comunicazione teatrale. La ricerca svolta da un gruppo numeroso di partecipanti al laboratorio, al Monte di Pietà a Messina nel 2010, è stata scandita dal ritmo e dalle parole di William Shakespeare. Un’esperienza teatrale condotta nel segno del gioco. Con Much ado ppi nenti Campolo e Pavone poi riducono all’essenziale il testo shakespeariano di Molto rumore per nulla ambientato a Messina, usando il messinese e, senza volersi spingere ad indagare temi come l’origine dell’amore e del male, ne fanno un gioco gioioso e al tempo stesso rigoroso, per dire quanto serio e importante sia il teatro oggi più che mai.

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