Una proposta “irricevibile” – Il Presidente del Senato, Pietro Grasso, e la Presidente della Camera, Laura Boldrini, hanno avviato, come annunciato qualche mese fa, il processo di tagli per le varie figure che lavorano nei palazzi principali della politica italiana. Il ridimensionamento riguarderà tutti, dagli assistenti parlamentari al segretario generale. La “ridefinizione delle retribuzioni dei dipendenti” consiste in una spending review da 60 milioni per i 1600 dipendenti della Camera e da 36 milioni per i 799 lavoratori del Senato, da portare a compimento entro il 2018, ma in realtà il processo verrà avviato già dal primo gennaio 2015. Questo piano ha provocato la dura protesta della maggior parte delle sigle sindacali. La proposta è considerata “irricevibile”, ma l’impressione è che il personale colpito da questi tagli non scenderà in piazza per protestare. I sindacati hanno già attivato i loro avvocati, per presentare una serie di ricorsi al giudice del lavoro. Del resto manifestare per le strade, per i dipendenti delle aule parlamentari, soprattutto in questo momento storico, sarebbe controproducente.

I tagli proposti dai Presidenti Grasso e Boldrini – Ma in cosa consiste il piano proposto dai Presidenti Grasso e Boldrini? Innanzitutto ci saranno dei tetti ai vari stipendi: per la qualifica più alta, quella dei consiglieri, viene adottato un tetto allo stipendio già introdotto per la pubblica amministrazione, di 240 mila euro al netto degli oneri contributivi. A seguire gli stenografi con 170 mila euro, i documentaristi con 160 mila, i segretari e i coadiutori con 115 mila, i collaboratori tecnici con 106 mila e infine gli assistenti parlamentari avranno un tetto pari a 99 mila euro. Del resto i tetti salariali attuali sono andati al di là delle loro possibilità nella maggior parte dei livelli e quindi l’obiettivo è quello di impedire questo sforamento. Per fare ciò le retribuzioni saranno rielaborate. Ad esempio il segretario generale, figura centrale in Parlamento, passerà da una retribuzione che oggi si aggira intorno ai 406 mila euro l’anno ai 240 mila euro, oppure un assistente col massimo di anzianità vicino ai 136 mila euro annuali, si dovrà accontentare, si fa per dire di 99 mila euro l’anno.

I partiti a favore dei tagli, ad eccezione del M5s – Se i sindacati non sono d’accordo con questo piano e si augurano una rivisitazione del progetto di spending review, le varie forze politiche, in ufficio di presidenza, hanno votato a favore dei tagli. Tutti, tranne il Movimento cinque stelle che ha deciso di astenersi. Una decisione che ha provocato la replica, su facebook, del senatore del Partito democratico, Francesco Russo: “Sarebbe bello che, per una volta, anche i grillini, la smettessero di fare i bastian contrari. Così facendo difendono quei privilegi che, sulla carta, avevano annunciato di voler tagliare”. In effetti, quella degli stellati, è una mossa che va controcorrente rispetto a quello che avevano affermato nelle ultime settimane. Era il mese di luglio quando il M5s, tramite il deputato Riccardo Fraccaro, raccoglieva dati su stipendi e privilegi alla Camera. Dicevano di voler spulciare stipendi nominativi e curriculum vitae dei dipendenti.

Quando i grillini volevano tagliare gli sprechi in Parlamento – Inoltre il grillino Fraccaro, con una buona dose di orgoglio, sosteneva: “Noi pensiamo che questa crisi si debba combattere chiedendo a chi ha di più di dare di più. E possiamo farlo solo chiedendo coerenza”.  Si vantava di aver “scoperto” gli altarini degli sprechi delle aule parlamentari e aveva fatto un’accurata denuncia: “Il costo per il personale è di 280 milioni di euro. Per i dipendenti in pensione 220 milioni di euro. Se aggiungiamo le spese per i parlamentari, quasi 2\3 del bilancio della Camera è destinato a pagare dipendenti di Montecitorio”. Fraccaro affermava che gli altri partiti avevano accolto le proposte di riduzione e trasparenza del M5s, ma il problema è che “vogliono fare scelte di facciata”. Con il trascorrere dei mesi e le votazioni nell’ufficio di presidenza, però, l’impressione è che le parti si siano invertite e non è la cosiddetta “kasta” a fare scelte di facciata, almeno in questo contesto.

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