Il botta e risposta tra la Camusso e Renzi – “A quei sindacati che vogliono contestarci io chiedo, dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario,  perché si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente. Sono i diritti di chi non ha diritti quello che ci interessano e noi li difenderemo in modo concreto e serio. Non siamo impegnati in uno scontro del passato, ideologico, non vogliamo il mercato del lavoro di Margareth Thatcher (la replica dopo che Susanna Camusso ha paragonato l’azione di questo governo a quella dell’ex Primo ministro britannico), ma un mercato del lavoro giusto, con cittadini tutti uguali. Noi ci preoccupiamo per tutti, voi solo di alcuni”. Sono questi i passaggi più significativi del videomessaggio del Presidente del consiglio, Matteo Renzi, rivolto al segretario della Cgil, Susanna Camusso.

La Cgil sogna mobilitazioni come ai tempi di Cofferati – Parole che gettano la maschera della diplomazia, indossata contro la loro volontà in questi mesi, e pongono al centro dello scontro il tema del lavoro. Si, perché il Jobs Act non piace all’area di sinistra del Partito democratico e ai sindacati italiani. Saranno queste le dure opposizioni che il governo di larghe intese incontrerà sulla sua strada, durante l’approvazione del testo in Parlamento. Chi nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama e chi nelle piazze del Paese, proveranno a mobilitare milioni di persone come fece qualche anno fa Sergio Cofferati, ex segretario Cgil, per combattere l’idea del governo di Silvio Berlusconi di cambiare in toto l’articolo 18. I tempi, però, sono cambiati. Tra quelle agitazioni e quelle che stanno per organizzarsi, è avvenuta la crisi economica del 2008. Una depressione sociale paragonabile a quella del periodo di guerra, che ha avuto il pregio (perché le crisi non sono soltanto qualcosa di negativo, direbbe qualche sociologo) di mettere in luce gli sprechi del mondo della politica e non solo.

Il sindacato nell’epoca contemporanea – E in questo “non solo” si racchiude un universo di cui fanno parte anche i sindacati. Roba da far rabbrividire chi in questa istituzione c’ha sempre creduto. L’epoca dei Di Vittorio, tanto per intenderci, è finita da un pezzo. La Cgil, come gli altri sindacati, si è trasformata in casta pronta a difendere i diritti delle corporazioni che rappresenta. E’ un’organizzazione vecchia, che non a caso ha soprattutto pensionati tra i suoi iscritti. Non riesce a rappresentare i giovani e le loro difficoltà di entrare nel mondo del lavoro e non considera sullo stesso piano i lavoratori del comparto pubblico e privato. Il sindacato, ormai, è un’opportunità per fare carriera. E’ una scatola collegata ai partiti, dove i membri si interscambiano per lanciarsi sul panorama politico o per ritirarsi dalla scena pubblica e rifugiarsi nei palazzi sindacali. Non a caso molti sindacalisti degli ultimi decenni sono diventati politici, oppure hanno intrapreso la carriera sindacale per scalare posizioni in aziende semipubbliche.

Il sindacato e il rapporto con la politica – Oggi un giovane che cerca un lavoro o ha problemi nella sua condizione di precarietà, non chiede aiuto a un sindacato. Occorre chiedersi il perché di tutto ciò. Forse il sindacato ha smarrito la sua funzione? Oppure è diventato una sorta di protesi della politica, in grado di condizionare le scelte dei partiti a cui fa riferimento? Sono queste le domande e le considerazioni che un momento tragico come la crisi economica è riuscita a far emergere. Per un simile motivo le battaglie della Camusso non potranno raggiungere il grande successo di quelle di Cofferati. Con il trascorrere del tempo qualcosa è stato svelato. Anche la politica, però, sbaglia quando spalleggia il sindacato. Nella maggior parte dei Paesi occidentali, queste istituzioni, sono due enti separati e indipendenti. Da noi, invece, si influenzano a vicenda e il risultato è il duro scontro nel Pd tra la segreteria di via del Nazareno e le minoranze democratiche (legate alla Cgil), per non parlare di Nichi Vendola che con le sue dichiarazioni (“il Jobs Act è una cosa di estrema destra”) prova a inserirsi in un dibattito sempre più aspro.

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