La distanza tra l’Italia e l’Europa – L’Italia e il mondo della rete, un rapporto a due velocità. Se da un lato la vendita di smartphone e tablet è in ascesa, un aumento dei ricavi del 12% per i primi e del 26% per i secondi, gli investimenti sulla banda larga sono pochi e scarsi. I numeri italiani, trasmessi dalla Commissione europea, sono desolanti. L’Italia, infatti, resta il Paese con uno dei più bassi tassi di utilizzo della banda larga fissa. Alla fine del 2013 la diffusione della banda larga fissa base equivaleva al 23% della copertura nazionale, contro una media nell’Unione europea del 30% e soprattutto del 26% in Spagna, del 34% nel Regno Unito, del 35% in Germania e del 38% in Francia. Numeri in grado di porre l’Italia come fanalino di coda tra i principali Paesi europei. La scarsa presenza della banda larga sul territorio italiano, ha come logica conseguenza una crisi del settore della telefonia. Nonostante la celebrità degli smartphone, degli iPhone e dei tablet, il settore è in una fase di contrazione.

La banda larga e il legame con il mondo del lavoro – Per aiutare a risollevarlo, non è un segreto, sarebbe importante investire nella banda larga, anzi larghissima. La crisi del settore, ritenuto uno dei punti di forza dell’economia mondiale contemporanea, in Italia ha prodotto un calo del fatturato del 7% e una diminuzione dell’occupazione del 2%. Se in altre parti del mondo, come in Germania e in Israele, la banda larga è un punto di forza ed è riuscita a far diminuire la disoccupazione con una profonda diffusione delle start up, lo stesso non può dirsi per il nostro Paese. Chi vuole crearsi un’azienda, infatti, non solo deve fare i conti con una pressione fiscale eccessiva e una giungla burocratica, ma deve tener conto anche dei grandi limiti della banda larga. In realtà il governo, tramite lo “Sblocca Italia”, ha cercato di mettere in moto un settore che, però, per iniziare a correre avrebbe bisogno di altro.

Se oltre due milioni di italiani non hanno accesso a Internet via cavo – Non sono sufficienti le norme del cosiddetto “sblocca reti”, che prevedono, con riferimento alla banda ultralarga, di favorire gli operatori che decidono di investire nelle cosiddette “aree a fallimento di mercato” (aree dove gli operatori non riescono a portare la banda a 100 Megabit, ovvero proprio dove l’Italia è in maggiore ritardo nell’attuazione dell’Agenda digitale europea), con un credito d’imposta a valere sui tributi Ires e Irap per il 30% del costo dell’investimento. Occorre andare oltre, provare a scardinare quei pensieri sulla rete e sul mondo virtuale, che lo vedono legato solo all’universo del gioco e dello svago. Non è così. E se in Italia ancora siamo costretti a dover ribadire questi concetti, vuol dire che non deve impressionarci come un 4% di connazionali (2,3 milioni secondo dati Agcom) non riesce a collegarsi via cavo a Internet. Qualcosa che stride con l’impegno dell’Italia di condividere gli obiettivi dell’Agenda digitale europea, tra cui quello di permettere, entro il 2020, di fare navigare tutti i cittadini europei a 30 Mbps. Al momento un’utopia, qualcosa di lontano.

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