L’arte è emozione, e deve stupire, deve toccare le corde profonde al di là della direzione della tensione emotiva. Come nella vita va bene il tragico e il comico, il bene e il male, il gioco sui conformismi e lo scardinamento di essi, l’ascesi spirituale e la magia dell’erotismo. Peter Regli, scultore svizzero forse voleva fare proprio questo, stupire e proseguire la sua linea di rottura rispetto gli ordini estetici precostituiti. E lo ha fatto da artista che per fortuna non ha perso di vista il suo spirito da bambino, esattamente come fanno i bambini quando vogliono tracciare il segno profondo della loro idea di protesta o di scandalo, usando un simbolo vecchio come il mondo, perché a quanto pare il mondo si “ricrea”, e qui l’ambiguità del termine è chiaramente voluta, a partire da esso: il simbolo di un fallo.

Forse un artista avrebbe dovuto usare il termine più diretto e dire che ci troviamo ancora una volta di fronte ad un arte del c…! Dopo la mano con il dito medio esteso, altro simbolo molto noto, di Maurizio Cattelan, a Milano spunta questa nuova opera d’arte simbolo di una forte frattura verso l’estetica classica almeno nell’idea dell’artista.

Ages of smoke (RH NO 313, 2014)”, questo è il nome dell’esposizione proposta dall’artista all’istituto svizzero di Milano, dove rh non è il fattore rhesus, ma sta per Reality Hacking, cioè una sorta di attacco hacker a quella che è la realtà precostituita. Questi sono gli intenti della ricerca di Regli, però come spesso accade per amplificare certe notizie si finisce per mettere in risalto la cosa che più colpisce, ma nel caso specifico, se l’artista punta a scardinare certi valori attraverso l’utilizzo di simboli inediti, ci permettiamo di osservare che il fallo è affatto inedito, ma anzi è forse uno dei simboli più sfruttati in quella che noi chiamiamo storia dell’arte.

Già nei disegni delle grotte di Lescaux, era visibile un cacciatore con una discreta erezione, causata forse dalla vista di un elefante o da chissà quale preda. Un fallo di discrete dimensioni fu ricreato, durante l’età del bronzo, sul lago Varna in Bulgaria, su uno scheletro ritrovato in ottime condizioni, fallo compreso, e comunque al di là della facile ironia tutte le culture ne hanno sfruttato la potenza come immagine sia beneagurante che apotropaica, oltre che come simbolo della vita e della fertilità, assieme all’altro oggetto del ”mistero” che tutti conoscono. Ne sono piene i templi egiziani, e insieme ai funghi naturali spesso è facile trovare tra le rovine maya altri tipi di funghi che sono in realtà grossi falli.

Senza parlare della nostra cultura di origine greco-latina, che è stata una delle più ricche di questo tipo di produzione, troviamo il simpatico oggetto a tutte le latitudini. Da Bali a Pechino, dall’Angola alle Filippine. Pare che più che un inedito sia un simbolo universale, e universalmente usato.

Dicono che si fosse cimentato in questa “inedita” opera anche il grande Andy Warhol che avrebbe disegnato il grazioso ammennicolo con un pennarello all’interno di un piatto in un ristorante romano.

La perizia realizzata dall’esperto d’arte Andrea De Liberis sostiene l’autenticità del pezzo, e la cosa non ci sorprenderebbe dato che non era nuovo a questi scherzi artistici. L’icona della banana da lui creata non era certo un simbolo che alludeva al commercio dei fruttivendoli. in ogni caso il fallo nel piatto è andato all’asta per raccogliere fondi a favore della banca genetica, dimostrando come sempre la forza di questo simbolo che sanno realizzare anche i bambini.

Dell’opera di Regli può essere sicuramente interessante la dimensione, che va a sfiorare un’altra paura ancestrale, perché la scultura di forma fallica alta 4,25 metri e dal peso di circa una tonnellata, si colloca nell’ambito di uno scarto di prospettiva sicuramente unico, ma è solo questo che è unico e inedito, non certo la simbologia. Più affascinanti, stuzzicanti e per certi versi commoventi sono invece altre opere tra le più di trecento presentate dall’artista svizzero, come ad esempio un pneumatico, che oltre a raccontare la storia dell’evoluzione e del viaggio, parla del desiderio di leggerezza che la materia scultorea ha sempre cercato di raggiungere, un morbido porcellino salvadanaio, anche se è di pietra, che nel suo spiazzamento della misura è diventato un porcellone e una coppia di gufi, teneramente accostati, come due gattini, quasi a formare un cuore ma con due orecchie che ricordano tanto le corna. Considerata la fama del gufo, questo ci pare un inedito.

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