Un referendum economico e non politico – La Scozia ha votato contro l’indipendenza. Il 55% delle cittadine e dei cittadini ha deciso di rimanere unito alla Gran Bretagna. Niente modifiche obsolete alla Union Jack, nessuna rivincita nei confronti dei governi di Londra e della regina Elisabetta II. Gli indipendentisti, guidati dallo Scottish National Party del Primo ministro Alex Salmond, sono stati fermati a Glasgow. Si, nella città più popolosa della Scozia gli autonomisti hanno trionfato, mentre a Edimburgo, Aberdeen e nelle isole Orcadi è arrivata una sonora sconfitta. I numeri parlano chiaro. Il fronte del “si” è riuscito a trionfare nella città simbolo della crisi economica, dove il malcontento sociale è forte e vede nelle scelte dei governi londinesi la causa del loro status. Quindi più che di referendum indipendentista, si potrebbe parlare di voto sulle azioni del governo centrale. Un vero referendum per l’indipendenza di un popolo, infatti, non dovrebbe basarsi su aspetti socioeconomici. Bensì dovrebbe concentrarsi sul fattore politico ed etnico.

Le strumentalizzazioni dei vari movimenti separatisti  – Così non è stato e dunque la Scozia ha dimostrato, andando oltre la situazione economica attuale, il suo profondo legame con la Gran Bretagna. In fondo anche questo fa parte della sua tradizione. Sul referendum scozzese si erano puntati i fari dei separatisti del vecchio continente. Dalla Corsica alla Catalogna, dalla Romania alla Padania passando per i neoborbonici, la lista è lunga. Con un’eccessiva esagerazione di alcuni mezzi di informazione, che avevano paragonato la possibile scissione della Scozia dalla Gran Bretagna a una progressiva disgregazione del resto d’Europa, il voto scozzese aveva assunto un valore in grado di andare al di là del suo significato. Tutti i movimenti secessionisti dell’Unione europea, che avevano strumentalizzato questo momento storico, non hanno nulla a che vedere con la storia di un territorio che deve considerarsi un Paese. Le nostalgie borboniche, caratterizzate da revisioni imbarazzanti, e le favole padane, che cercano di nascondere l’essenza dell’Italia tra la Lombardia e il Veneto, sono lontane anni luce dalla Scozia e dalla richieste di quel popolo.

Il futuro incerto degli indipendentisti – Dall’altro lato, invece, si pensava che dire “si” all’indipendenza avrebbe potuto dare inizio a uno scontro imprevisto in Europa. Era stato l’ex premier, Enrico Letta, con un post su facebook, a ventilare un’ipotesi del genere e a paragonare la Scozia all’attentato di Sarajevo da cui scaturì la Grande guerra. Uno scenario suggestivo, soprattutto nel centenario dello scoppio del primo conflitto mondiale, ma fuori dalla realtà. Sventolare il fantasma del populismo, mentre si parla della Scozia, non ha alcun senso. Non stiamo parlando di Paperopoli. Al di là di queste considerazioni, occorre capire quale sarà il prossimo passo dei movimenti indipendentisti d’Europa. La Lega Nord ha già abbassato il tiro. Parla di fine del centralismo e non di secessione, mentre in Catalogna si va avanti verso un referendum non riconosciuto dal governo di Madrid. Però se c’è qualcosa che il referendum scozzese avrebbe dovuto insegnare agli indipendentisti, soprattutto quelli nostrani, è che una secessione è un momento di profonda identità storica ed etnica di un popolo. E’ una conseguenza di oppressioni e abusi. Se neanche la Scozia è arrivata a questo punto, nonostante gli atteggiamenti inglesi nel corso dei secoli, non si capisce come faranno gli altri autonomisti a percorrere questo sentiero.

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