Sciascia, Agnello e l’amicizia – Sono trascorsi diversi giorni dall’esito del premio Racalmare, voluto da Leonardo Sciascia, che ha sancito la vittoria del libro “Malerba”, scritto da un killer di mafia condannato all’ergastolo, Giuseppe Grassonelli, insieme al giornalista del Tg5 Carmelo Sardo. La decisione della giuria popolare sa di beffa, perché con soli 13 voti in meno si è piazzato secondo “È così lieve il tuo bacio sulla fronte” di Caterina Chinnici, figlia del giudice Rocco assassinato da Cosa Nostra. Una scelta che ha portato Gaspare Agnello, amico personale di Sciascia, a rassegnare le dimissioni dalla giuria. Già, l’amico. Ma le amicizie, spesso e volentieri, vanno al di là dei pensieri comuni. Non è detto che un’idea di un amico corrisponda alla nostra. Così c’è la possibilità che il passo indietro di Agnello, non sarebbe stato condiviso da Leonardo Sciascia. Se il fine della giustizia deve essere punire e concedere una seconda possibilità, l’ultima vittoria al premio Racalmare va in questa direzione.

Grassonelli, la sua coscienza e il senso della giustizia – Le parole di Carmelo Sardo su facebook, del resto, confermano questa tesi: “Onorato e orgoglioso di questo premio che condivido con tutti coloro che credono nel recupero e nel riscatto anche di chi ha sbagliato e sta restituendo. E sappiamo che anche Sciascia ci credeva”.

Carmelo Sardo su Fb

La vicenda permette di riflettere almeno su due aspetti. In primis sul concetto di seconda opportunità. Rispettare le vittime di Grassonelli non vuol dire impedire all’ergastolano di istruirsi, scrivere un libro e vincere un premio così ambito. E’, senza ombra di dubbio, un esempio di riscatto dalla condizione degradante in cui viveva. Sotto un certo punto di vista è un segno di rispetto anche verso le sue vittime, perché lui è tornato sui propri passi e ha intrapreso un’altra strada ed è come se avesse chiesto di nuovo scusa ai poveretti uccisi. E’ umano concedere una seconda possibilità, perché privare Grassonelli di tutto ciò? Con ogni probabilità il marchio di assassino pesa sulla sua coscienza, più di quanto possiamo immaginare. Se aver scritto un libro ed essere stato ricompensato con una vittoria è un motivo di sollievo e lo convince ancora di più a invertire il senso del suo percorso criminale, perché derubarlo di questo? Ricordando che è giusto fargli scontare l’ergastolo, occorre chiedersi quale sarebbe il senso della parola giustizia se un condannato venisse privato dell’opportunità di riscattarsi?

Sciascia, Camilleri e quella maturità sociale – E’ un discorso delicato e c’è il rischio di essere fraintesi. Per questo motivo occorre ribadire la ferma condanna nei confronti delle azioni passate di Grassonelli, ma nello stesso tempo non si può dimenticare la centralità di recuperare e riscattare gli esseri umani che sbagliano. Probabilmente anche Sciascia sarebbe stato d’accordo. Lui, come Andrea Camilleri, ha sempre condannato con forza il cancro della mafia, ma a differenza dell’ottusità di una parte del Paese, non si sono tirati indietro nel sostenere alcune tesi e visioni che, se spostate di un millimetro, potrebbero essere strumentalizzate. Lo leggiamo e lo vediamo nel Commissario Montalbano, quando il protagonista è costretto a parlare con don Balduccio Sinagra e spesso si rende conto che non tutto quello che accade in Sicilia è legato a Cosa nostra. Un distacco simile, una maturità sociale espressa anche da Leonardo Sciascia. Lo scrittore di Racalmuto tratta la mafia come un problema e non come il problema e questo lo porta a criticare anche i “professionisti dell’antimafia” e considera “l’antimafia come strumento di potere”, come mezzo per diventare potenti ed intoccabili. Il destino beffardo ha voluto riprendere questo concetto nel premio voluto proprio da Sciascia. La seconda posizione della figlia di Chinnici, in effetti, potrebbe aprire di nuovo quel dibattito sull’antimafia, sui favoritismi (anche nei premi letterari) che un cognome del genere può comportare e su tanto altro. Non c’è dubbio che Sciascia avrebbe avuto qualcosa da dire.

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