L’accordo di associazione tra Kiev e l’Unione è stato ratificato ieri, martedì 16 settembre, sia a Strasburgo che a Kiev. Il Parlamento Europeo ha detto “sì” all’ingresso dell’Ucraina con 535 voti favorevoli, 127 contrari e 35 astenuti. Un accordo di associazione che ha avuto tra gli oppositori gli euro-scettici. Una data storica come è stata definita dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che era insieme all’ucraino Petro Poroshenko. Schulz prima del voto ha detto: “Un anno fa nessuno poteva immaginare che si potessero ridisegnare le frontiere con la forza, invece ora è tornata la paura della guerra in Europa, e quanto è accaduto in Ucraina riguarda tutti noi. Questo doppio voto è un momento topico di democrazia, e il contrario di una democrazia pilotata”.

In effetti, dopo mesi di scontri, dove l’est dell’Ucraina è afflitto dalla guerra tra i separatisti filorussi e i governativi di Kiev con l’ingerenza pressante e senza sconti di Mosca, che fa entrare i suoi uomini e le armi, usando l’alibi dell’emergenza umanitaria per prendere possesso dei territori e che ha avuto come conseguenza l’applicazione di durissime sanzioni economiche, questo sembra più che uno spiraglio. La tregua forzata tra Kiev e Mosca e tra i filorussi che non regge, gli effetti delle sanzioni su Mosca che hanno ripercussioni sull’intero mercato economico europeo; la guerra del gas, con Mosca che punta i piedi perché vuole il pagamento delle forniture da parte dell’Ucraina, le preoccupazioni europee per l’allargamento del fronte di guerra e per una ricaduta critica sui mercati. Il braccio di ferro tra Mosca e l’America con i germi di una nuova Guerra Fredda; tutto questo, potrebbe essere ridimensionato dalla firma dell’accordo di associazione tra Ucraina ed Europa.

E un altro passo avanti, è stato fatto sempre ieri perché la Rada, il Parlamento ucraino, ha approvato il progetto di legge che prevede uno “statuto di larga autonomia” per la regione indipendentista ad est del paese che avrà durata triennale e che ha messo in agenda anche elezioni anticipate, previste per il prossimo 7 dicembre. Le aree interessate sono quelle del Bacino del Donbass, le regioni di Donetsk e Lugansk, dove ieri in un attacco ad un autobus è stata uccisa una donna, una delle numerose vittime di una guerra che si protrae da più di cinque mesi dove vige una fragile tregua. Infatti, oltre alla morte della donna, è stata data notizia di altri tre civili uccisi nei bombardamenti di artiglieria a Donetsk e 5 persone ferite. Il voto del Parlamento ucraino ha stabilito anche delle forme di amnistia per i separatisti, esclusi coloro che hanno causato l’abbattimento del volo MH17 e che ancora risultano non essere stati identificati.

La legge ha accolto l’idea che “le autorità locali delle regioni a statuto speciale potranno rafforzare le relazioni di buon vicinato con le contro parti oltre la Russia e nominare giudici e procuratori”. Tuttavia le regioni separatiste ed i loro autoproclamatisi rappresentanti, dicono che per loro nulla è cambiato perché quello che decide Kiev, a loro non interessa. Un disconoscimento dell’autorità ucraina per motivare la scelta di continuare nell’azione che dovrebbe condurli all’annessione con la Russia come accaduto con la Crimea. Il vice premier dell’autoproclamata “Repubblica Popolare di Donetsk”, Andrei Purghin, in un’intervista rilasciata a “Rossia 24”, ha candidamente dichiarato: “Non possiamo accettare alcuna unione politica con l’Ucraina di oggi. Né il federalismo né altri ‘-ismi’ di questo tipo possono essere discussi”.

Di maggiori vedute ottimistiche, è apparso il Presidente ucraino Petro Poroshenko, che ha visto nella firma del progetto di legge e in quella dell’accordo di associazione all’Ue “un primo e importante passo verso l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Gli ucraini morti sulla Maidan di Kiev e nell’est non hanno solo dato la vita per la loro patria, ma anche per darci un posto dignitoso nella famiglia europea”.

Parole che veicolano un messaggio di speranza ma la cui traduzione, risulta assai difficoltosa per i separatisti dell’est.

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