Renzi, le riforme o le urne – Il Presidente del consiglio non lascia nulla al caso. E così, come quando aveva fatto il discorso inaugurale in Parlamento e aveva deciso di porre al suo fianco il Ministro degli esteri, Federica Mogherini, per sottolineare la centralità delle donne nel suo governo e l’importanza dell’Europa, ieri alla sua destra c’era il Ministro dell’interno, Angelino Alfano, e alla sua sinistra il Ministro del lavoro, Giuliano Poletti. Un gesto comunicativo per far comprendere a chi ha guardato, che le priorità dell’esecutivo sono il lavoro e la sicurezza legata alle vicende internazionali e non solo. Matteo Renzi ha presentato il piano dei mille giorni di cui si è discusso in queste settimane e lo ha fatto con la consapevolezza che se qualcosa dovesse andare storto, sarebbe pronto a dimettersi e ad affidare alle urne la scelta del prossimo premier: “Mille giorni sono l’ultima chance per far ripartire il Paese, non una dilazione. Dobbiamo rimettere in pista l’Italia” e l’alternativa è “il voto anticipato se il Parlamento non fa le riforme”.

La minoranza Pd e l’opposizione al governo – E’ questo il concetto centrale di Renzi esposto alla Camera e al Senato. Se nei prossimi mesi si dovesse continuare con le resistenze dell’ultimo periodo e con il tentativo di ostacolare il processo riformista, l’ex sindaco di Firenze ha detto di non aver paura delle elezioni. Dichiarazioni rivolte più alle minoranze del suo partito, che alle opposizioni rappresentate da Forza Italia e dal Movimento cinque stelle. Nella puntata inaugurale di Ballarò, Roberto Benigni ha definito il Partito democratico come “unico partito di opposizione”. Un concetto non lontano dalla realtà, perché dopo il discorso di Renzi le critiche più dure sono state mosse proprio dai banchi democratici. L’area sinistra del Pd, rappresentata da Stefano Fassina, ha etichettato il programma del premier di destra: “Renzi come Monti e la destra utilizza il termine apartheid x scaricare su padri sfigati il dramma del lavoro di figli ancora più sfigati”. Anche Pippo Civati non sembra convinto, per usare un eufemismo, e ha ipotizzato che se dovesse lasciare il Pd, aderirebbe a Sel.

I temi caldi: dal lavoro alla giustizia – Le acque non si calmano in via del Nazareno e nonostante la scelta di Renzi di creare una segreteria unitaria, composta da otto donne e sette uomini, in cui è rimasta fuori soltanto la corrente civatiana, la situazione potrebbe degenerare nei prossimi giorni. La goccia che potrebbe far traboccare il vaso è la discussione sull’articolo 18 e la riscrittura dello Statuto dei lavoratori. Una parte del Pd, insieme ai sindacati, non vuole che vengano toccati i totem del mondo del lavoro. L’idea del governo è di porre i lavoratori sullo stesso piano e invece, al momento, vige una sorta di apartheid. Il fine è modificare il diritto del lavoro e rendere l’accesso a questo mondo meno complicato. Poi ha affrontato il tema economico e la necessità è di crescere insieme al numero degli occupati, mentre sul fronte giustizia ci sono grandi novità. Aspetti che la sinistra degli ultimi vent’anni, impegnata nello scontro ideologico con Berlusconi, non avrebbe mai potuto affrontare. Renzi insiste sulla necessità di ridurre le ferie dei magistrati e poi arriva la svolta garantista sull’avviso di garanzia: “L’avviso di garanzia non può costituire un vulnus all’esperienza professionale di una persona”.

Renzi vs il partito della contro-riforma – Matteo Renzi prova a rilanciare la sua azione, che nelle ultime settimane ha subito una frenata. Lo fa con consapevolezza dei propri limiti parlamentari e per questo l’ipotesi elezioni potrebbe essere un’alternativa, una sorta di minaccia alla minoranza del suo partito che nel Paese reale non ha un grande seguito e potrebbe essere travolta dal voto. Quindi il voler frenare le riforme targate Renzi, potrebbe trasformarsi in un autogol per cuperliani e civatiani. Del resto, come ha detto Sergio Romano nel suo editoriale domenicale sul Corriere della Sera, “ogni riforma, da quella sul lavoro a quella della giustizia, trova sulla sua strada un partito della contro-riforma, composto da corporazioni che difendono i loro privilegi chiamandoli ampollosamente diritti acquisiti”. Se Renzi, a differenza degli ultimi mesi, riuscirà a sconfiggere questo movimento della contro-riforma che da troppo tempo tiene sotto scacco il Paese, potrebbe riuscire a rilanciare l’Italia.

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