Non abbiamo dimenticato i giorni di critiche e di accuse rivolte al nostro premio Nobel che riguardavano il suo passato buio, che lo vide nelle fila dei paracadutisti repubblichini, marchio infame che lo faceva corresponsabile, almeno moralmente, delle mosse del Battaglione Azzurro di Tradate, soprattutto per uno che avrebbe portato avanti un discorso di libertà e democrazia. Ma erano giorni che ancora si trascinavano dietro le profonde ferite della grande guerra, i faldoni pesanti di foto e testimonianze, e che diedero il via ad una serie di critiche, anche recenti, se si ricorda l’attacco di Oriana Fallaci del 2004.

Il giullare non ha mai negato quel passato e oltre che con varie querele ha risposto quasi sempre con l’innocenza di un adolescente che provava a difendere la sua vita contro strutture molto più grandi di lui. La stessa innocenza che forse portò a diventare un militare delle SS Gunter Grass, il grande artista tedesco, che voleva solo fare il sommergibilista e scappare dalla famiglia, almeno così disse quando lo rivelò pochi anni fa.

A noi non interessa l’uomo, con le sue eventuali e connaturate debolezze. Anche se impoveriscono l’aura personale di ogni artista, i difetti e le mancanze non fanno che renderlo umano. Così era umano Jimi Hendrix, e così lo è Maradona.

Una delle grandezze di Dario Fo è proprio nella voce del giullare perché, “seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”, come recita la motivazione per il Premio Nobel. Il timbro della voce ha la proprietà di essere pieno e pastoso al punto di poter affrontare da solo la scena, anche se si tratta di un teatro che alle spalle ha una storia colossale come il Teatro Antico di Taormina. Una voce che gli permette di cantilenare anche parole senza un senso compiuto, che però acquistano significato grazie alla magia del timbro e del teatro.

“Con me hanno voluto premiare la gente di Teatro” – disse al ritiro del Premio Nobel, e lui ha voluto premiare con le parole uno dei più grandi teatri del mondo, di fronte al quale anche lui non poteva che essere intimorito ed emozionato, per l’acustica incredibile che procura la sequenza di paralleli curvi che disegna la progressione architettonica del teatro. E alla domanda di Lisa Bachis, la collega di Blogtaormina, alla conferenza stampa che si è tenuta il 6 settembre – il giorno prima del suo debutto con il suo spettacolo “Lu Santo Jullàre Francesco” al Teatro Antico di Taormina – ha risposto esprimendo uno dei suoi pensieri più forti ed originali, cioè che un paese non può sopravvivere senza cultura, e che la cultura teatrale è una delle vere forze della democrazia.

“Sparta è sparita …ed stata la padrona della Grecia […] ma non avevano la cultura,” – ha detto – “…e ancora peggio non avevano la democrazia… e la mancanza di questo, del sapere, della cultura faceva in modo che non ci fossero monumenti e non ci fossero teatri”.

E il teatro è una delle forme di aggregazione più sana, dice il vero senso della collettività; rappresenta la cultura ed è anche una delle forme più alte della democrazia, perché il teatro, la cavea, è il punto di ritrovo di tanta gente, della plebe, della collettività, che in questo modo ha la possibilità di condividere, di entrare dentro il teatro, ma anche dentro la politica, perché dentro il teatro si faceva anche politica reinventando e riscrivendo la vita attraverso il grottesco, il comico e l’ironia che è una delle forme più serie di giudizio.

In questo modo si riaggancia al nostro presente, come fa con lo spettacolo “Lu santo Jullare Francesco”, scritto 15 anni fa, ma rivisto e attualizzato anche per la presenza del nuovo papa che ne raccoglie lo spessore morale e spirituale. Rileggendo le leggende popolari su San Francesco, i testi canonici del Trecento e tutti i documenti emersi negli ultimi tre secoli, Dario Fo ne ha elaborato un ritratto non agiografico ma spogliato dal mito, e rivestito soltanto dal suo essere un vero giullare, un personaggio provocatorio e coerente, ironico e coraggioso. Un uomo che riportava al significato originario la parola eresia, nel senso di una “scelta” forte, che era quella di passare agli ultimi la voce dell’amore di Dio attraverso il linguaggio della canzone e dell’uso del corpo che si faceva verbo.

È fondamentale la voce del giullare perché è quello che con la sua ironia può dire al re che è nudo, può dire ai potenti di ogni colore che esiste qualcosa che va oltre il loro potere, che è la dignità e la libertà dell’umano, che non si potrà mai mettere a tacere fino a che ci sarà almeno una piccola stanza dove con poche scene e pochi attrezzi si potrà far rinascere, come fenice per quanto ferita, la magia del teatro, linfa inesauribile per la voce di una collettività veramente democratica.

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[Foto di Andrea Jakomin / Bt (CC) 2014]

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