Sono stati collocati all’interno del centro urbano di Oslo, in Norvegia. Sono due enormi alveari urbani che entrano in un progetto a più voci tra Aspelin Ramm, Scandic, Sparebankstiftelsen DNB, Bybj, Birøkterlag, Heier Du Rietz e Snøhetta. I Vulcan Bigård, sono alveari urbani che coniugano architettura, rispetto per il paesaggio e per l’ambiente, usando come modello ecosotenibile le api, il loro modo di vivere e di fare architettura naturale. Le api, sono oggi più che mai, una risorsa per il pianeta e sono tra gli animali più utili nel mondo; un terzo della produzione alimentare mondiale è legata alla loro attività d’impollinazione e sono un monitor delle condizioni ambientali. Il rischio della loro estinzione è serissimo e mette in evidenza lo stato della Terra perché l’inquinamento e i cambiamenti climatici, minacciando la loro esistenza, minacciano la vita stessa. Decidere d’installare i mega alveari in una metropoli, è un messaggio che punta a sensibilizzare i cittadini ed i visitatori sul fenomeno e vuol dare un serio contributo ambientale, in cui tutti sono coinvolti e responsabili. Gli alveari nel centro urbano di Oslo non sono gli unici, ve ne sono altri sui tetti della città, hanno una forma poliedrica che ricorda quelli naturali e sono costruiti in legno chiaro, in vernice color miele che si sposa con le architetture circostanti e possono ospitare sino a 160 mila api. Si vedono come magnifici grattacieli naturali dalla strada e sono entrate a far parte delle opere d’arte cittadine, inoltre servono da propulsione per informarsi sull’utilità delle api, sui benefici del miele e dicono chiaramente che le api devono essere salvate per salvare la Terra.

Non è il primo esperimento di “architettura urbana ecosostenibile” negli anni passati ve ne sono stati altri e sempre in grandi città. Xavier Rolet, Presidente del London Stock Exchange aveva fatto installare due alveari sul tetto dell’edificio, nel nucleo della City, per sottolineare come la sparizione delle api avrebbe generato fenomeni pesanti per il pianeta e danni economici ingenti visto il valore del miele sul mercato. Lo stesso hanno fatto il Grand Palais a Parigi e la Banca Nomura a Tokyo, ospitando sui tetti milioni di laboriose api operaie. Possono apparire come scelte bizzarre ma non lo sono; dietro c’è una precisa filosofia di vita e profonde scelte etiche così come la creazione degli orti urbani per recuperare e riqualificare zone della città in stato d’incuria o d’abbandono, oppure creati sui terrazzi di grandi palazzi residenziali. Lo stesso dicasi di piccoli allevamenti con animali da cortile che hanno iniziato a modificare il senso della metropoli priva d’anima, regalandole una porzione di spirito naturale che modifica in meglio, la percezione di chi le abita ed attenua l’effetto di “straniamento” che già in uno stato visionario, Walter Benjamin aveva profetizzato nelle sue peregrinazioni dentro la Parigi, tra la fine del 1800 e il 1900. L’idea di far entrare più natura in città, si associa con quella del rispetto per l’ambiente e con il cambio delle abitudini alimentari con una maggiore attenzione al cibo introdotto nell’organismo, e il conseguente miglioramento della vita individuale e collettiva. Migliore alimentazione, migliori prestazioni e contenimento degli sprechi per favorire un circuito virtuoso “a chilometro zero”, con un abbassamento dei costi e dell’inquinamento ambientale. E l’architettura insieme all’urbanistica vedono e progettano secondo i medesimi modelli etici. Il ritorno alla stagionalità che gli alveari urbani richiamano, deve essere assorbito dai cittadini affinché se ne riscopra tutta l’efficacia sulla qualità della vita.

Gli architetti di Snøhetta hanno in mente questo e lo hanno avuto sin dall’inizio. Si tratta di uno studio internazionale di architettura, architettura del paesaggio e design che ha la sua sede maggiore a Oslo ma anche un’altra a New York. I fondatori sono Craig Dykers e Kjetil Traedal Thorsen insieme ad altri quattro collaboratori: Robert Greenwood, Tarald Luvendall, l’architetto paesaggista Jenny Osuldsen e Ole Gustavsen. Questa compagnia conta più di 120 membri e iniziò a formarsi nel 1989, dopo che una squadra composta da europei e americani si unì per lavorare al completamento del progetto per la costruzione della Nuova Biblioteca di Alessandria e che divenne il trampolino di lancio per la nuova realtà. Il nome Snøhetta ha un’alta valenza simbolica; infatti riprende il nome del monte più alto del Dovrefjell perché corrisponde “ad una forma estremamente complessa, al tempo stesso un paesaggio, un oggetto quasi architettonico”, secondo la visio di un’architettura che lavora “non tanto su oggetti ma su ambienti”.

Lo studio Snøhetta ha cambiato diverse volte la propria organizzazione interna ma a partire dagli anni 2000, decise di lavorare in Norvegia, negli USA e negli Emirati Arabi Uniti. Dal 2009, ha 108 collaboratori a Oslo e 17 a New York, e nel rispetto della multiculturalità sono di 17 diverse nazionalità e con differenti specializzazioni, in cui tutto si basa sulla collaborazione in una condivisione dei progetti che aiutano anche la maturazione professionale di ogni elemento della squadra. La mission di Snøhetta è quella di focalizzarsi “sull’etica, sui problemi di deterioramento delle strutture e sullo sviluppo sostenibile” e tutto in perfetto equilibrio armonico dove i progetti devono unirsi in simbiosi con la natura, il clima e la cultura, per un’integrazione reale. Uno dei riferimenti è quello dell’architettura scandinava, dove vige la stretta correlazione tra paesaggio e architettura; che ha a cuore, il cuore della natura per far si che non venga smarrito per sempre il cuore degli uomini, seguendo una “visione neoromantica dell’esistenza”. Originalità e tradizione possono coesistere, artificio e paesaggio possono essere insieme e non in conflitto. Non vengono posti confini ma il paesaggio “include” l’architettura e le api con le loro splendide case, danno il senso di come anche il loro artificio e la lor opera siano incluse nel paesaggio, solo che si tratta del paesaggio naturale che viene a integrarsi nel paesaggio urbano. Ma in un cambio di prospettiva, il paesaggio urbano si ri-congiunge con la sua essenza più profonda, quella naturale. E le api sono un modello perfetto da cui prendere esempio.

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