Da quando Georges Méliès diede inizio alla fascinosa storia dell’arte cinematografica, il mondo del cinema ha fatto straordinari passi in avanti dal punto di vista tecnologico, ed è diventata una vera e propria industria che produce emozioni, e che continua a rinnovare il magico appuntamento con le proiezioni che ormai si effettuano in ogni parte del mondo. Dell’arte del cinema ai più salta all’occhio e rimane impresso il nome di un attore o di un regista che del film incarna la storia, ma al di là del risultato finale il processo di produzione è lungo e laborioso, infatti, che non si rischia di esagerare se si afferma che un film è solo la punta dell’iceberg di una vera e propria industria che vede impegnate un sacco di professionalità. Gli attori e il regista di solito sono i soggetti ai quali si lega una storia, mentre le parti in gioco nell’avventura di una produzione cinematografica sono così tante da rendere pieno merito all’espressione gioco di squadra.

Si comincia di solito dall’idea di chi scrive il soggetto, e da chi ne fa il trattamento, per arrivare alla sceneggiatura che è il culmine del lavoro di scrittura. In tanti casi il regista o i suoi assistenti si dedicano alla realizzazione di uno story board, che in pratica sono dei disegni tipo fumetto che servono a studiare le inquadrature e a respirare il senso della storia. Quando si passa alla fase di ripresa delle scene entra in campo una serie di figure, che si occupano dei trucchi, e degli abiti degli attori, costumisti ,parrucchieri, truccatori, e poi tecnici del suono, tecnici delle luci che sostengono l’operato di un direttore della fotografia. E ancora la scenografia, abilità nella quale gli italiani si sono sempre distinti, curata da persone che devono costruire o scegliere le cosiddette “ location”. Quando poi si arriva a girare l’ultima scena il film non è affatto finito, anzi è da quel momento che il vero lavoro comincia con l’aiuto di una colonna sonora da sincronizzare e con il lavoro del montaggio. Spesso il successo di un film è dovuto allo stile del montaggio che diventa la cifra stilistica del regista e del montatore. Per rendersi conto della vastità dei profili professionali necessari, basta non alzarsi subito quando finisce la proiezione di un film e trattenersi un po’ sui titoli di coda. E il titolista oltretutto è un altro mestiere. Per tutte queste professionalità esistono anche dei premi, ma per tutti il momento più ricco di soddisfazione è la prima proiezione del film, il premio più bello per tutti. Anche per gli attrezzisti che sono quelli che aiutano gli sceneggiatori nella scelta degli oggetti, delle “cose” presenti nelle scene.

Chi invece non riceve premi, né può gioire alla prima sono proprio questi strani protagonisti: gli oggetti di scena. Antonio Costa, professore ordinario di storia e critica del cinema con il suo libro, edito da Einaudi, “ La mela di Cezanne e l’accendino di Hitchcock – il senso delle cose che vediamo nei film”, ha provato a mettere a fuoco questo singolare punto di vista, portando in primo piano occhiali, pistole, specchi, cappelli, barattoli e biciclette che spesso diventano protagonisti nel cinema. Lancia uno sguardo inedito e originale sulle “cose” che hanno fatto la storia del cinema, chiedendosi quale sia la funzione narrativa ed estetica degli oggetti di scena. Come osservava Godard, mentre di un film può capitare di dimenticare delle scene, o che ci sfuggano parti della trama, ci sono oggetti che diventano immagini così forti e piene di un significato che va oltre il senso stesso della cosa, da rimanere per sempre impresse nella memoria. Costa ne analizza le proprietà narrative, quelle plastiche e simboliche, osservandoli anche come oggetti di moda e di design, provando a capire se è la moda a fare il cinema o il cinema a fare la moda. Ne osserva anche il lato che si apparenta con le arti visive e la semeiotica. Un volume ricco e interessante che con l’aiuto di tante fotografie aiuta a ricostruire il senso narrativo e la funzione delle cose nella costruzione della finzione cinematografica.

Sotto gli occhi interessati di un autore che ha scritto anche” immagine di un’immagine”, e “Saper vedere il cinema”, sfilano una serie di oggetti, già corredo del nostro patrimonio mnemonico, come la finestra di “Porto delle nebbie”, la pistola rossa a pois di “Dillinger è morto”, il bicchier di latte de “Il sospetto”, gli occhiali di Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut”, il barattolo di nutella di Bianca di Nanni Moretti. Gli oggetti raccontano emozioni e con l’aiuto dei poeti dell’immagine, che siano fotografi registi o scrittori si incollano all’anima e li portiamo dietro a lungo spesso più del titolo di un film, e siamo pronti a scommettere che ognuno di voi ha già un oggetto che gli gira nella mente.

© Riproduzione Riservata

Commenti