Abbiamo già parlato di uno degli eventi di chiusura della 18ma edizione del Festivaletteratura di Mantova con l’intervento dell’economista Jeremy Rifkin, ma non potevamo trascurare uno degli eventi di apertura, organizzato dall’associazione “Talenti di Donna”, che si muove con la direttiva di un progetto chiamato “Scrittrici ritrovate”, il quale punta a valorizzare il talento femminile in tutti gli ambiti di espressione, ma soprattutto nell’ambito letterario. Questa volta l’iniziativa, sostenuta da un nutrito gruppo di imprenditrici Venete è riuscita a rinnovare la figura di Matilde Serao, fondatrice insieme a Scarfoglio del quotidiano napoletano il Mattino. Questo grazie alla riedizione di uno dei libri più belli dell’autrice napoletana, Il ventre di Napoli, che rappresenta uno dei primi testi di letteratura d’inchiesta. A curare questa riedizione è stata la scrittrice Antonia Arslan, autrice de “la masseria delle allodole”, che in lei ha trovato delle doti straordinarie di giornalista d’inchiesta capace di guardare con la mente e gli occhi lucidi le realtà dei suoi giorni facendo diventare denuncia limpida ogni sua considerazione intorno allo sfruttamento del popolo napoletano. Uno spettacolo vero e proprio in parole e musica si è svolto al teatro Bibiena di Mantova dove la musica e le parole hanno presentato l’opera della scrittrice che ha rappresentato già nel 1884 il prototipo della donna battagliera e consapevole, precorrendo i tempi sia riguardo al suo ruolo di donna moderna che riguardo al suo ruolo di giornalista che portava in primo piano la vita di donne di quei giorni, trasformandole in icone piene di sentimenti talmente universali da essere ancora oggi contemporanee.

Con il ventre di Napoli analizzò con superba umanità i modi di vivere del popolo napoletano che allora viveva nei bassifondi, facendo un grande ritratto antropologico e sociologico di quei tempi, e non solo perché a distanza di venti anni ripubblicò il libro con un’appendice dal titolo “vent’anni dopo”, e una serie di articoli sul giornale in cui denunciava come lo sventramento di Napoli, con la costruzione del famoso “Rettifilo”, non avesse affatto migliorato le condizioni di vita della plebe, ma che anzi li aveva ricacciati ancora più in fondo, nei cosiddetti “ fondaci”. Matilde Serao chiamò a collaborare per giornale fondato insieme al marito firme prestigiose come Giosuè Carducci che la giudicò “la più forte prosatrice d’Italia” e Gabriele D’Annunzio. Benedetto Croce poi, altra grande mente partenopea, disse di lei in un saggio del 1903, che era una donna di “fantasia mirabilmente limpida e viva”. Ma al di là del suo essere una scrittrice e una giornalista straordinaria, quello che fa della sua vita un punto di riferimento per ogni donna che sia alla ricerca di una dimensione di piena autonomia e di intelligente apertura mentale, è la sua risposta sul campo a episodi della vita che anche per una donna moderna possono portare a crolli psicologici e a serie ripercussioni dell’essere nel sociale. Basti pensare a quanto ancora oggi per una donna sia gravoso rinunciare al ruolo di moglie e di madre obbediente, e quanto sia difficile mantenere una grande stima di sé e una grande dignità quando si abbandonano alcuni ruoli nei quali il sociale pretende di mantenerle.

La Serao invece, non dimentichiamo che siamo nell’ottocento, per un litigio con il marito decise di lasciare la casa e trasferirsi in Val D’Aosta. Il marito chiaramente, storia vecchia come il mondo, conobbe a Roma una cantante di teatro, Gabrielle Bersard, e per consolarsi instaurò una relazione con lei, e poi quando la cantante rimase incinta, storia ancora più vecchia del mondo, il povero Scarfoglio rifiutò, prigioniero lui della malattia del sociale, di lasciare la moglie. La cantante come un vero personaggio da melodramma, decise di suicidarsi sull’uscio della casa di Scarfoglio, e per fortuna non coinvolse nella tragedia la bambina di cui era madre, perché oggi quando si perde la testa in questo senso spesso ci vanno di mezzo anche anime innocenti. Matilde Serao, e queste sono storie di altri tempi, prese in affidamento la bambina che chiamò come la madre, ma dopo un po’ nonostante lo avesse perdonato , si separò dal marito, e invece di avere gli alimenti finì per perdere il posto di lavoro e rischiò di finire sul lastrico. Potrebbe anche sembrarlo, ma non si tratta del soggetto di una telenovela o di una commedia di De Filippo. Parliamo solo della vita di una donna che nell’ottocento cominciava a tracciare la strada per una femminilità che cerca di trovare la propria essenza nell’amore per il proprio lavoro, e non nell’essere semplicemente moglie e madre. Questo amore per la letteratura e per il giornalismo le fece incontrare la morte con un infarto, dopo che era morto anche Giuseppe Natale, il suo secondo marito, su una scrivania dove era intenta a scrivere.

© Riproduzione Riservata

Commenti