Renzi e la situazione economica – La Banca centrale europea ha lanciato l’allarme per l’Italia. Il quadro macroeconomico del Paese è in deterioramento e così c’è la concreta possibilità di non rispettare gli impegni sul deficit per il 2014. Più giungono notizie negative in campo socioeconomico e più la figura di Matteo Renzi è a rischio nel Partito democratico. La schiacciante vittoria alle primarie e quella alle elezioni europee non hanno fatto cambiare verso al partito. La svolta tanto auspicata dalla segreteria di via del Nazareno non è avvenuta. Le varie correnti (bersaniani, cuperliani e civatiani) fanno sentire sempre più forte la loro voce di dissenso e lo fanno nei loro ambienti familiari. Le feste del Partito democratico sono un luogo in cui il premier è stato oggetto di aspre critiche. Ma non solo. Ciò che preoccupa il segretario democratico non sono tanto le parole estive dei dirigenti del suo partito, ma gli ulteriori ostacoli che potrebbero arrivare da un Parlamento “nemico”.

“No riforme, no party…to” – Si, perché occorre ricordare come in questa legislatura i parlamentari democratici sono stati scelti a stragrande maggioranza dall’ex segretario Pierluigi Bersani e, per forza di cose, sono distanti dalle idee di Matteo Renzi. Un problema non da poco e le resistenze mostrate per l’approvazione, in prima lettura, della riforma del Senato sono state un chiaro segnale al Presidente del consiglio. Avrà pure un grande seguito nel Paese e tra le nuove leve del partito, ma in questo momento i numeri sono dalla parte della minoranza spazzata via dal voto delle primarie. Ecco spiegata l’ossessione di Renzi di coinvolgere il più possibile le frange minoritarie del Pd. La nuova segreteria unitaria, che dovrebbe vedere la luce nei prossimi giorni, è una sorta di accordo in vista delle riforme da realizzare. Renzi lo sa bene, “no riforme no party..to”. Senza l’approvazione del pacchetto di riforme, necessarie innanzitutto al Paese, la sua idea di partito rischia di morire, di essere travolta dal corso degli eventi.

Il puzzle renziano – Proprio come capitò a Walter Veltroni, che mise in piedi il sogno maggioritario del Pd, ma fu costretto a dimettersi dopo l’esito elettorale e le accuse di D’Alema e Bersani. Tempi passati, ma la storia potrebbe ripetersi. Mancare l’appuntamento delle riforme vorrebbe dire essere travolti alla prossima tornata elettorale e questo farebbe tornare sulla cresta dell’onda una visione del partito che Renzi e i suoi pensavano di essersi lasciati alle spalle. E’ come se tutto fosse incastrato in un puzzle. Se dovesse mancare un pezzo, potrebbe rimanere incompiuto il progetto generale. Se dovesse mancare la spinta riformista, potrebbe venir meno l’autorità dell’ex sindaco di Firenze nel partito. Uno scenario impensabile fino a qualche settimana fa e ancora oggi di difficile attuazione, però l’ipotesi è fondata. Occorre avere pazienza, come spesso accade quando si compone un puzzle, e attendere di trovare il pezzo da mettere nel posto giusto. Lo “state sereni” del vocabolario renziano non è mai stato così attuale.

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