Lo spettacolo Magnificat, andato in scena in prima nazionale il 9 settembre al Teatro Antico di Taormina, è stato inserito nel ricco cartellone di eventi della IV edizione del Bellini Festival, curato nei dettagli e diretto dal Maestro Enrico Castiglione. La regia di quest’unicum teatrale, è della brillante e solare Monica Felloni con la direzione artistica di Piero Ristagno. Magnificat è una realizzazione fuori dagli schemi, attenta agli spunti letterari, poetici, musicali e coreografici della scena artistica mondiale che per la sua fantastica diversità, ha portato sul palcoscenico, quelli che vengono considerati “diversi”, incomprensibili, difficili da approcciare. Insomma, noi tutti! Il merito va all’associazione culturale catanese Neon, che nel 1989 ha creato “Il Teatro delle Diversità” in cui artisti e attori disabili sono in scena vicini a coloro etichettati come “normodotati”. Siamo innanzi a delle eccellenze nel campo dell’interpretazione teatrale, giovani che hanno dato espressione ad un progetto, divenuto una delle realtà più importanti nel contesto del teatro italiano e che opera da 25 anni.

Eccellente il coinvolgimento dei fruitori degli spettacoli teatrali che hanno sostenuto sin dall’inizio Magnificat con l’iniziativa “sostieni Magnificat”, campagna sociale di crowdfunding, il finanziamento collettivo a partecipazione popolare con cui si contribuisce, donando una somma, alla realizzazione del progetto e che consentirà di pagare con i fondi raccolti parte delle spese per lo spettacolo, quali i costumi di scena, le scenografie, gli oggetti scenici, i trasporti per gli attori disabili. Alla campagna, promossa in modo capillare, hanno aderito anche oltre 200 comuni siciliani e la sera della prima, erano presenti molti rappresentanti di varie comunità isolane, ad omaggiare Magnificat indossando le fasce tricolori. Lo spettacolo non poteva trovare altro luogo per andare in scena, se non il Teatro Antico perché qui vibra ancora un sentimento del sacro che si esprime nelle architetture greco-romane, nella natura che colloquia attraverso le espressioni del paesaggio, e nel sentire comune degli spettatori.

Foto di Vincenzo Rao
Foto di Vincenzo Rao

L’unicità dello spettacolo è già raccolta nel titolo che riprende un canto di preghiera, il Magnificat, contenuto nel primo capitolo del “Vangelo Secondo Luca” ove Maria loda e ringrazia il Signore perché ha liberato il popolo d’Israele. Viene anche ricordato come il Cantico di Maria dove la Madonna pronuncia le parole sacre, come saluto per la visita della cugina Elisabetta. “Magnificat anima mea Dominum, et exultavit spiritus in Deo salutari meo” – “Magnifica Il Signore l’anima mia ed esulta il mio spirito in Dio mio Salvatore”. I primi versi del canto sono una Lode a Dio da parte di Maria, Donna tra le donne, ma diversa perché scelta dal Signore per portare in grembo il frutto divino di Dio. E il senso dello spettacolo è quello di mostrare la bellezza della differenza, che è ricchezza, in cui tutti gli attori cantanti, ballerini, e fini umoristi sono “unici” per il modo in cui trasferiscono emozioni sconvolgenti e pensieri di fine delicatezza, in una perfetta fusione di gesti, parole, pause silenziose, canto, grida. Il ballo, la recitazione, qui sortiscono un effetto misto all’ipnosi, che cattura e irretisce straziando l’anima; sottoponendola ad un confronto serrato con se stessa ed i propri limiti finiti. Limiti dettati dalla corazza corporea e il superamento di questi stessi limiti, con l’avvicinamento al divino attraverso l’esplosione delle umane passioni, prese tutte insieme, dal pianto al riso; rimescolate in scena e infine, trasportate dalle musiche che non sono uno sfondo ma valgono da struttura e aprono un varco all’Assoluto.

L’incomprensibile non va necessariamente tradotto ma accolto con gioia. Non è obbligo capire, ma è dovere morale, sentire. Ed assistendo a Magnificat si sente. Si sente con gli occhi, che guardano avidamente ciò che si manifesta sul palco; si sente con le mani, che fremono perché vorrebbero toccare e abbracciare anch’esse gli attori, le stoffe e far parte del miracolo della vita. Si sente con la pancia che in un battito unico, s’unisce al cuore e la mente s’annulla, in mezzo a loro, ma tiene la giusta lucidità per la comprensione. L’ode di Maria a Dio e l’ode degli attori di Magnificat, sono il canto sublime alla Terra, dove ci sono numerosi tipi di frumento, che dicono com’è il linguaggio degli uomini ma parlano anche della meraviglia insita nel particolare, nel dettaglio che non deve essere annullato ma preservato. Magnificat è il canto degli uomini, tutti gli uomini, frutti anch’essi della Terra che come Maria è Madre Antica; sente il dolore e la gioia dei suoi figli. Il sacro trasmesso e il divino sono qui, nel mondo e nella terra. La scelta di vari generi: dal teatro classico, a quello vicino all’assurdo; le mani tese al mondo circense e l’appello alla poesia che gioca con l’ironia e l’umorismo, danno luogo a un’autentica epifania del sacro nell’umano. Perché l’umano, è sacro nella sua individualità che sa unirsi nell’accoglimento degli altri. Gli attori e tutti coloro che hanno dato luogo a Magnificat, “sono diversi” per carattere, differenze fisiche ed estetiche ma così come ogni organo è fondamentale nella giusta vita di un essere, Magnificat si fa esso stesso, organismo. “Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui, deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles; esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes” – “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori, ha deposto i superbi dai troni, ha innalzato gli umili; ha riempito di beni gli affamati e i ricchi li ha rimandati a mani vuote”.

Magnificat è l’ode che innalza gli umili, i veri ricchi del mondo, è uno spettacolo in cui si realizzano le fasi autentiche del teatro classico. Dalla Tragedia alla Commedia, chi prende parte allo spettacolo non assiste e basta, ma è coinvolto in toto e dopo rinnovato. Secondo il senso autentico della “catarsi greca”, con la presa di coscienza del dramma del vivere, il passaggio nel confronto con se stessi e la liberazione dello spirito mediante il pianto e il riso. Un rinnovamento che si è materializzato innanzi a noi, la sera dello spettacolo, dove tutti siamo usciti “nuovi” e più ricchi. Ciò che i ragazzi di Magnificat ci hanno offerto, e ciò che noi a nostra volta abbiamo offerto loro, in una benefica stretta di mani e di corpi, è una nuova visione, il superamento delle barriere di pregiudizio, in cui anche una sedia a rotelle, che porta corpi che sembrano pesi, viene liberata nella sua struttura, alleggerita. I corpi vibrano e danzano senza lacci a inchiodarli a terra e la sedia diventa oggetto di scena, recuperato e riqualificato di senso. La nuova visione di Magnificat, è quella di avere innanzi a noi, una nuova umanità, che non bisogna cercare altrove perché è già qui. Siamo noi che abbiamo mangiato e respirato ogni boccone e ogni alito proveniente dal palco; sono loro che ci hanno restituito il nostro comune senso di appartenenza alla terra, al mondo, alla vita e l’anelito alla libertà. E per questo, pensiamo che un altro canto debba accompagnare come nostro augurio, questa stupefacente esperienza ed è di colui che tra i nostri poeti, seppe con l’ode e la poesia superare i confini e gli impedimenti dati dal corpo. Giacomo Leopardi né “L’Infinito”.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
È viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare

Ed anche per noi, che abbiamo vissuto Magnificat, “il naufragar ci è dolce in questo mare” con lo sguardo rivolto a questa Terra, che s’apre ad una nuova era.

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[Foto in copertina di Alberto Samonà]

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