Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel suo discorso alla nazione, pronunciato nella notte, ha dichiarato che “l’America guiderà una vasta coalizione di Paesi per spazzare via la minaccia terrorista dell’Isis”. Chiaro e diretto il monito di Obama; non si ammettono più deviazioni dal percorso di risoluzione della guerra siro-irachena che vede i militanti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, seminare terrore e morte, per conquistare i territori mediorientali da inserire nel Grande Califfato islamico. Milioni di persone fuggite, migliaia di vittime appartenenti alle differenti etnie e minoranze religiose: cristiani, turcomanni sciiti, yazidi. Bambini, vecchi, uomini e donne strappati con violenza alle loro esistenze; persone ridotte in schiavitù o soggette a pubbliche esecuzioni. Decapitazioni feroci di giornalisti ed ostaggi, sacrificati per il bagno di sangue in nome della causa suprema, che invoca il nome di Allah ma si macchia del sangue degli innocenti.

Tutto questo deve finire e il Califfato sorto a vallo tra l’Iraq e la Siria deve essere estirpato. Gli attacchi aerei mirati per colpire obiettivi sensibili dei jihadisti non sono più sufficienti per la protezione dei cittadini ma è richiesta “una sistematica campagna di bombardamenti non solo in Iraq ma anche in Siria per degradare e alla fine distruggere l’Isis”. Obama ha spiegato che non ci saranno truppe di terra americane per combattere in un territorio straniero perché non si vuole ripetere quanto avvenuto nei decenni trascorsi, con le guerre in Afghanistan ed Iraq ma un “continuo e implacabile sforzo di stanare l’Isis utilizzando la forza aerea e supportando le forze di terra irachene” e i Peshmerga curdi con “aiuti militari, supporto operativo e addestramento delle forze di terra”. Ai consiglieri militari americani che nelle settimane scorse, hanno raggiunto i territori iracheni se ne aggiungeranno altri 475 per rafforzare l’intelligence anti-terrorismo in un’azione già brillantemente sperimentata, in Somalia e Yemen.

Gli Stati Uniti non si muoveranno da soli ma in un’azione non solo militare ma anche diplomatica perché il dialogo non deve essere interrotto e dunque si agirà insieme ad altri paesi. Il compito è stato affidato al Segretario di Stato USA John Kerry, che da Baghdad ha iniziato la sua missione per “costruire una coalizione di almeno 40 paesi”. Dieci occidentali, Italia inclusa che hanno dato la loro adesione al vertice Nato di Newport della settimana scorsa. Ma si pensa all’Iraq e ai paesi arabi a maggioranza sunnita, prima fra tutti l’Arabia Saudita. Kerry, infatti, oggi si recherà nell’influente e ricco paese, dove è stato organizzato un summit con i leader e i ministri degli Esteri dei paesi mediorientali. Il Segretario di Stato americano, farà tappa anche in Giordania che è storico alleato degli americani ed ha già avuto un confronto con la Turchia che vuole sbarazzarsi dell’Isis ma teme il rafforzamento dei ribelli curdi del Pkk. Il viaggio diplomatico di Kerry, si concluderà a Parigi dove è prevista, nel fine settimana, una conferenza internazionale alla quale prenderanno parte i cinque paesi che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu: Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e Stati Uniti. La Francia si è detta disponibile a sostenere anche la campagna di attacchi aerei sull’Iraq. Qui, si è da poco insediato il nuovo governo guidato dal moderato Haider al-Abadi, un governo multietnico per dar voce alle varie espressioni del Paese e che dovrebbe evitare gli errori commessi dal predecessore al-Maliki, responsabile dell’ostilità ricevuta da sunniti e curdi.

Sembra che si voglia cedere una parte dei poteri ai sunniti e che si voglia aprire una linea chiara per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi del Kurdistan, che incidono notevolmente sull’economia della regione amministrata dai curdi. Kerry, sempre in Iraq, ha discusso anche sul modo in cui potenziare l’azione dell’esercito regolare al quale dovrebbe esser affiancata una Guardia Nazionale con i reclutamenti all’interno delle tribù locali. Situazione analoga e già in precedenza realizzata, sul modello del “risveglio sunnita” dove le tribù diedero il loro apporto fattivo nella guerra contro Al Qaeda. L’esercito iracheno, oggi si trova in una fase di debolezza dovuta alle numerose diserzioni e all’incapacità di fronteggiare la potenza dell’Isis ma stavolta tutto sarà sotto il controllo del governo centrale, che fornirà le basi di addestramento e le coperture finanziarie in modo tale da far sentire che un governo in Iraq esiste, e non può né deve essere ignorato.

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