“La signora e tutti quei signori non hanno smesso di disegnare nemmeno per un istante […], e così ho dovuto suonare per le poltrone, i tavoli e muri.” Queste, secondo James Johnson, che ha spulciato tra le lettere di Mozart per scrivere “Listening in Paris. A Cultural History”, furono le tristi parole che rivolse al padre il genio frustrato del grande Wolfgang Amadeus Mozart.

Erano tempi abbastanza cupi anche quelli per la cultura musicale. Nel 1778, anno in cui il compositore tedesco teneva il concerto, cui si riferiva nella lettera, per la duchessa di Chabot, a Parigi, la musica era vista come un arte complementare, che serviva spesso come sottofondo ricreativo per altre attività, e la gente dei salotti dove di solito ci si esibiva non era particolarmente attenta. La situazione non era molto diversa nemmeno nei teatri d’opera, dove non esistendo ancora una cultura dell’ascolto, alcuni degli aristocratici sedevano addirittura sul palcoscenico, mentre nella platea dove la gente era in piedi si accalcavano decine di persone che spesso non conoscevano nemmeno l’esistenza di alcuni strumenti, e poco abituati alla musica si lasciavano andare sovente al chiacchiericcio, se non a qualche rissa o al lancio di frutta e verdura.

Ora le cose sono decisamente cambiate. Nel settecento avvenne il cambio, radicale ma lento, che portò alla nascita dell’estetica, a un nuovo modo di sentire attraverso il quale il piacere ordinario della bellezza si affinò in un tipo di piacere più raffinato, esercitato con i sensi più alti come la vista e l’udito, con l’aiuto di un senso “altro”, da Shaftesbury definito “occhio interiore”, o da Dubos “sesto senso”. In tutti i teatri del mondo ora abbiamo imparato a comportarci “esteticamente” e ad esercitare il piacere del gusto in maniera più raffinata dal punto di vista emotivo e personale .

Il grande Mozart, se potesse scriverebbe una lettera felice in cui descriverebbe il grande successo delle sue musiche eseguite dall’ Opera Nazionale di Ankara nel prestigioso Teatro Antico di Taormina, nella rappresentazione di una delle sue opere più affascinanti, la meravigliosa favola turca Il ratto dal serraglio. La Singspiel, che è un opera cantata e recitata, anticipazione dell’operetta, è un palese tributo alla passione e alla moda settecentesche, allora assai in voga, per le turquerie.

Affascinati dalla musica di Mozart ci siamo trovati il 6 settembre a celebrare la grande sinergia tra la nazione turca e il nostro paese, che ha visto il trasferimento a Taormina di ben 280 persone tra coro, orchestra, cantanti, comparse, attori, ballerini e tutte le maestranze tecniche, ovvero l’intero staff del Teatro dell’Opera di Ankara, giunto nella Perla dello Jonio per quello che si è rivelato un allestimento di rilevante pregio musicale e scenico. Ci ha colpito senza dubbio il marmoreo allestimento scenografico di Cagda Citkaya, che con pochi elementi sintetici ha tratteggiato l’essenza di un palazzo turco e dei suoi giardini, alternando colonne e capitelli con delle finte vetrate fatte di arabeschi, e i movimenti di un paio di pedane che si sollevavano e rivelavano a tratti una vasca.

Tutto nel bianco assoluto, a parte le piccole stele dorate che riprendevano le punte dei palazzi turchi, con tanto di mezzaluna. Un bianco che abbiamo scoperto essere l’unico colore, non colore, in grado di far passare in secondo piano la grandiosa struttura del teatro greco. Affascinati dall’esecuzione di un orchestra affiatata diretta dal direttore d’orchestra bulgaro Sunay Muratov, dal coro dei giannizzeri, ma soprattutto dal poliedrico registro linguistico della regista Yeka Kara per i dialoghi parlati che fondevano la lingua turca della corte del sultano a quella europea degli altri personaggi. Ne è venuta fuori una messinscena dal pedale a tratti anche comico, che a volte è sembrato anche estremamente accattivante, quando gli attori hanno pronunciato qualche frase in italiano, specialmente nella scena in cui uno dei personaggi prova a far ubriacare il burbero sorvegliante del pascià e si sentono distintamente le parole “vino di Sicilia”.

Tralasciamo la trama completa dell’opera, perché la cultura è anche curiosità e speriamo ciò serva da stimolo, per una ricerca personale, ma siamo stati di fronte ai classici “topoi” collaudati di una favola popolare. Due innamorati, aristocratici e occidentali, si ritrovano per avverso destino in un paese esotico, in balia di un potente sultano che si rivelerà di fatto generoso graziandoli.

Il pubblico si è divertito ed ha applaudito con gusto, grazie agli attori, ai cantanti, al deciso contributo dell’orchestra, ma anche grazie all’intuito di Enrico Castiglione direttore del Festival Belliniano, che ha presentato per la prima volta al Teatro Antico di Taormina il capolavoro mozartiano. E anche lui, il caro Mozart, avrebbe gongolato e si sarebbe allietato con un bicchiere del sapido vino di Sicilia perché quella sera nessuno si è divagato col disegno, ma tutti sono stati ad ascoltare.

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[Foto di Andrea Jakomin / Blogtaormina (CC) 2014]

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