L’antitesi tra nord e sud nei secoli – Le tensioni che attraversano l’Italia, come spesso accade, si manifestano in tutta la loro tragicità nel Mezzogiorno. Una maledizione, una sorta di cappa aleggia sul meridione del Paese e ogni momento di crisi al sud è amplificato e in alcuni casi degenera. Per scorgerne i motivi occorre andare indietro nel tempo e rendersi conto di come la famosa questione meridionale non è mai stata risolta e affonda le sue radici nella storia antica del territorio italiano. Il nord e il sud del Paese, già dopo il crollo dell’Impero romano, erano su posizioni antitetiche. A partire dalle invasioni barbariche, passando per l’esperienza dei Comuni che aveva caratterizzato il settentrione, si contrapponevano nel meridione le dominazioni sveva, angioina, borbonica che non avevano favorito né la nascita di una classe borghese, né uno sviluppo sociale ed economico. A sostenere questa concezione era Antonio Gramsci, il quale evidenzia come le due metà dell’Italia, durante i secoli, si erano allontanate sempre più l’una dall’altra e tramite il processo di unificazione sono state costrette ad entrare in contatto tra loro.

“Il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali – Ed è a questo punto, sostiene Gramsci, che emergono i problemi legati alla questione meridionale. Uno dei primi studiosi ad accorgersi di questi aspetti fu Antonio Labriola. I suoi avvertimenti, le sue denunce pronunciate alla Camera dei deputati caddero nel vuoto e non vennero comprese in pieno dall’onorevole Salandra. Gramsci ricorda come “il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali. Ha bisogno di una politica generale, esterna ed interna, che sia ispirata al rispetto generale dei bisogni del Paese, e non di particolari tendenze politiche o regionali”. La classe politica italiana di quei tempi, però, non comprendeva secondo Gramsci questa necessità e questo portò al diffondersi di certe idee in campo economico. Un meridione arretrato che facilitò la credenza “che il Mezzogiorno fosse una palla di piombo per l’Italia”. Fu lì che iniziarono a prender piede concezioni razziali e discriminatorie sulla superiorità del nord rispetto al sud.

La morte di Davide e i luoghi comuni sulla camorra – Secondo Gramsci la mancata attuazione di una vera politica unitaria ha prodotto delle lacerazioni profonde nel tessuto sociale italiano e per risolvere una simile questione occorreva affidarsi a una nuova figura di intellettuale in grado di porsi in antitesi con un intellettuale meridionale, custode e garante opportunistico degli interessi del nord. Si possono condividere o meno le visioni storiche di Antonio Gramsci. Non è questo il punto. Ciò che conta è mostrare come simili pensieri sono ancora attuali. In alcune parole del filosofo italiano, infatti, si ha l’impressione di scorgere una riflessione sulla contemporanea situazione del Paese. Tutto si ricollega con i fatti di Napoli di questi giorni. Quelli che hanno visto la morte di Davide Bifolco, per mano di un carabiniere, dopo un inseguimento notturno. La questione meridionale irrisolta, anzi acuita nella sua tragicità, non riesce a mostrare un nemico in questa vicenda. L’uccisione di un ragazzino è sempre da condannare, ma le forze dell’ordine si trovano a dover lavorare in un contesto difficile, dove frasi “la camorra non avrebbe mai ucciso un ragazzo di 16 anni, lo Stato sì” sono all’ordine del giorno. Affermazioni false, ma chi le ha pronunciate non lo sa. Non possiede quel tessuto culturale in grado di fargli elaborare un pensiero diverso. Nella provincia del Basso Impero non è importante investire e soffermarsi sulla legalità, sull’istruzione e sul concetto di civiltà. Bisogna soltanto piangere i morti e insultare la parte migliore delle istituzioni.

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