Roger Peyrefitte a Taormina nel 1998, quando ricevette la cittadinanza onoraria: aveva 91 anni
Roger Peyrefitte a Taormina nel 1998, quando ricevette la cittadinanza onoraria: aveva 91 anni

Roger Peyrefitte (1907-2000), uno dei grandi innamorati di Taormina. “Sono orgoglioso”, diceva, “di essere stato il primo francese, all’indomani della seconda guerra mondiale, a indicare questa incantevole acropoli ai miei connazionali: è’ qui che ho scritto molti dei miei libri”. Felicissimo per aver avuto la cittadinanza onoraria, a 85 anni, dispose in testamento che sulla sua tomba si scrivesse non giornalista né scrittore, ma soltanto “taorminese”. Per lui, chiaramente, la cittadinanza di Taormina contava molto di più della qualifica di giornalista e scrittore.

Una vita a Taormina, la sua. Arrivava, puntualissimo, all’inizio dell’inverno e vi restava per tutta la primavera, raramente in estate. Lavorava all’aperto, nel giardino di una casetta in affitto sulla rotabile per Castelmola o in un angolo appartato della campagna. “A Taormina”, scriveva, “la primavera ha una grazia che non ha altrove: si differenzia solo di poco dall’inverno e non è che una delle tante sfumature della stagione che regna eterna su quest’isola baciata dal sole”.

Lo intervistai la prima volta alla fine degli anni Cinquanta. Muovevo allora i primi passi nel giornalismo, come corrispondente da Taormina, ed il quotidiano “La Sicilia” di Catania mi chiese di intervistarlo. Peyrefitte, ex seminarista terribile ed ex diplomatico scomodo, sul quale si erano già abbattuti gli anatemi del Vaticano all’apparire del romanzo “Le chiavi di San Pietro”, era di nuovo al centro di vivacissime polemiche per un articolo sulla Roma dei Papi che gli aveva tirato addosso, addirittura, una denuncia alla magistratura italiana per il reato di vilipendio al Pontefice. Parlammo a lungo dell’articolo incriminato (“E’ un’accusa senza senso”, sorrideva lui), dei suoi romanzi da scandalo (“Le amicizie particolari”, “Le Ambasciate”, “I cavalieri di Malta”) e soprattutto di Taormina, di quella che era un po’ anche la sua Taormina. Ospite da tanti anni, si considerava un taorminese d’adozione e, nei confronti degli amici stranieri che venivano a trovarlo, quasi un padrone di casa.

Aveva 40 anni, quando scoprì Taormina, nel 1947. Non conobbe Gloeden, che era morto da sedici anni. Del barone-fotografo esaltò l’arte ammirando i suoi famosissimi nudi di ragazzi, figli di contadini e pescatori. “E’ l’Ellade, il suo antico ideale di bellezza, che rivive in quelle fotografie, in quei corpi che sembrano scolpiti come statue greche”, scrisse. Chiaramente, Peyrefitte privilegiava lo “sguardo estetico” su quello omosessuale, anche se della sua omosessualità non aveva mai fatto e non faceva mistero. “Io sono anzitutto un esteta”, diceva. “L’ideale che ho sempre perseguito è quello di un mondo bello, libero in fatto di costumi, di idee, di vita. La libertà fa parte della bellezza”. “Ma la bellezza”, teneva a precisare, “non ha sesso. Cocteau parlava di ‘sesso superiore della bellezza’, e non si può non essere d’accordo… “.

“Sono un omosessuale, certo. Anche la omosessualità”, spiegava, “è una forma di libertà. Ma non appartengo a quella schiera di omosessuali per i quali la donna non esiste. Per me è esistita, eccome! Ho amato donne splendide, favolose. E una donna m’incanta ancora oggi, anche se non mi stimola sessualmente. Ho sempre avuto molta simpatia per i bisessuali, i greci e romani dell’antichità, che erano tutti sposati, avevano mogli e figli, e non disdegnavano rapporti con cortigiane ed efebi. Sono sempre stato e sono per l’amore libero, in tutti i sensi”. A chi gridava al peccato in quegli anni parlando di omosessualità, rispondeva con le parole di André Gide: “Peccato è tutto ciò che oscura l’anima; amore, tutto ciò che la esalta’. Per lui, come per Gide, “l’amore è sempre una esaltazione dell’anima, anche se i protagonisti sono dello stesso sesso”.

L’esteta Peyrefitte animò per più di vent’anni i salotti taorminesi. Zazzera bianca già dai 50, quasi sempre vestito di bianco e rosa (i colori dell’asfodelo che tanto lo incantava sui prati di primavera), conversatore brillante, arguto e gioviale, tirava spesso l’alba, nella terrazza di villa Hauser, appiccicato all’aimable garçon Alain-Philippe Malagnac, che poi adotterà come figlio prima di darlo in sposo alla cantante Amanda Lear. Non beveva, il brillante conversatore Peyrefitte, e restava lucidissimo anche quando gli altri cominciavano ad accusare annebbiamenti da alcol. Ricordo la notte che, nel salotto di Gayelord Hauser, passò a dire tutto il male possibile dei suoi connazionali francesi. C’erano tutti, in quel florilegio di cattiverie, i grandi di Francia, con i loro vizi pubblici e privati. Charles de Gaulle? “Un tacchino, simbolo della vanità e della iattanza francese, della falsa gloria e dell’impostura, del quale ci si è accorti troppo tardi che era soltanto un imbecille”. Giscard d’Estaing? “Ha fatto carte false per avere il titolo nobiliare che ostenta con tanta boria”. Edith Piaf? “Disponeva di tante vasche da bagno, nel palazzo in cui ospitava i suoi ‘bambini del mondo’, ma non ne usava nessuna; e, quando la trasportarono in ospedale, bisognò anzitutto scrostarla”.

Provava un gusto matto, l’impietoso fustigatore Peyrefitte, a parlare della “sporcizia” dei francesi (un po’ troppo “cattivo”, certo, con la Piaf). “E’ una delle nostre tragedie nazionali”, spiegava, “dai tempi di Enrico IV di Borbone, il quale, per annunziare la visita all’amante, le raccomandava: ‘Non ti lavare, arrivo…’. E’ un vezzo dei miei connazionali trasformare le camere da bagno in ripostigli, pollai, conigliere. Il mio illustre collega e amico Anatole France lo ammetteva candidamente che lui nella camera da bagno ammassava la corrispondenza”. Cattiverie e perfide freddure che troveremo poi, trascritte in blocco, in uno dei suoi libri più corrosivi e sferzanti, pubblicato in Francia nel 1970: “Des françaises”, il titolo.

Lo rividi a Venezia alcuni anni dopo, ancora con il suo Alain-Philippe. Dalla Sicilia mi ero trasferito a Milano e il direttore del settimanale “Gente”, per il quale lavoravo, mi mandò a Venezia per intervistarlo, in occasione del primo ciack del film “Ritratto di borghese in nero”, tratto da una delle sue novelle, “La maestra di piano”. Parlammo a lungo del film, dei suoi libri (vecchi e nuovi), della reazione dei suoi connazionali a quel pamphlet di cattiverie (“sporco mistificatore, traditore della patria”, era arrivato a definirlo un giornale di Parigi, che dello scrittore Peyrefitte aveva sempre parlato come di una delle glorie nazionali francesi). “Mi accusano di voler fare dello scandalismo ad ogni costo, di provar gusto ad abbattere i grandi miti della patria, della politica, della cultura; ma io ho una sola colpa, quella di raccontare le cose come stanno”, tenne a precisare. E aggiunse, con la risatina sferzante che avevo già notato sul suo labbro al tempo della denunzia per il presunto vilipendio del Pontefice: “E’ colpa mia se i miei connazionali usano poco la vasca da bagno? Per fortuna, sono molti i francesi, la stragrande maggioranza, che sanno sorridere dei loro difetti; e sorridono di cuore, posso assicurarlo, leggendo i miei libri”.

La tomba del giornalista-scrittore francese Roger Peyrefitte, nel cimitero monumentale di Parigi, con la scritta "taorminese" posta sulla lapide per sua disposizione testamentaria
La tomba del giornalista-scrittore francese Roger Peyrefitte, nel cimitero monumentale di Parigi, con la scritta “taorminese” posta sulla lapide per sua disposizione testamentaria

Parlammo ancora di Taormina, nel nostro incontro veneziano: della mia Taormina che era anche la sua. Era inverno, la laguna era buia. Il pensiero di Roger Peyrefitte volava alla casetta sulla rotabile per Castelmola. “Mi scrivono che gli asfodeli stanno per schiudersi, insieme ai mandorli in fiore, che la mia casetta mi attende… Per quest’anno, purtroppo, dovrò accontentarmi di pensarla”, mi disse poi nel congedarsi, con il sorriso velato di malinconia. Taormina, come tutti sappiamo, deve ai tedeschi la sua fortuna turistica. Ma il francese Roger Peyrefitte, nella storia del turismo taorminese, ha un posto di assoluto rilievo. Non si è limitato, come diceva lui, a indicarne il nome ai suoi connazionali. Ha fatto molto di più: ha insegnato ad amarla, e non soltanto ai francesi.

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