Nel corso degli anni il design è sempre stato intrecciato alla cultura e alla vita quotidiana. A dire il vero la realizzazione di un qualsiasi oggetto, a partire dalla clava, ha sempre avuto una stretta connessione con la maniera di pensare dell’uomo e anche se venivano prodotti artigianalmente, lo studio delle congruenze tra il fine per cui un oggetto o un sistema era concepito e la sua gradevolezza estetica, ci ha sempre intrigato. Far combaciare i principi di forma e funzione ha sempre conferito una particolare proprietà di bellezza.

Il design spazia tra la concezione e la produzione di oggetti veri e propri fino allo sviluppo di forme di comunicazione e sistemi integrati che si occupano dell’aspetto tecnologico e dell’aspetto umano. Alcuni manufatti dell’antico Egitto, ma anche di culture precedenti e parecchi di quelli realizzati nel medioevo, considerato a torto da tanti punti di vista un periodo buio, avevano delle linee e che si possono dire anche moderne, con una perfetta congruenza tra forma e funzione. Ma il design, e anche lo styling, disciplina affine, ma separata, nascono in pratica come branca a parte della conoscenza, come “materia” di studio, proprio quando si comincia a parlare di macchine, cioè con la rivoluzione industriale, quando, con la divisione del lavoro e la parcellizzazione delle competenze, furono le industrie a occuparsi di un disegno che mettesse insieme, nel rispetto di una velocità produttiva, le funzionalità e le forme.

Mentre il design si occupa principalmente della soluzione di problemi, avendo come punto di riferimento la semplificazione e l’essenzialità, lo styling, disciplina gemella solo apparentemente, si occupa della “pelle” degli oggetti, delle qualità espressive di una cosa e anche del suo vestito. Torna utile in questo periodo un po’ di chiarezza sull’argomento, perché di solito nei momenti di crisi economica tende a prevalere il “funzionalismo”  del design, che pure tiene presente la forma, mentre nei periodi di abbondanza economica prevale lo spirito antirazionalistico dello styling. Sentiamo dire da tutte le parti che un periodo di crisi possiede tra le sue positività la spinta verso un utilizzo migliore delle risorse, e infatti una delle “parolacce” che invadono i media è proprio la parola “spending review”, che non sarebbe null’altro che una revisione delle spese, cioè un utilizzo migliore delle risorse.

Lo stampo idealista del design, che portò alla nascita di movimenti come Arts and Crafts , l’Art Nouveau e lo Jugendstil tentavano già di colmare la separazione tra l’idealismo sociale e la realtà commerciale. E anche le ultime scuole di design come l’Organic Design, dall’approccio olistico  e umanistico, il Biomorfismo, che copia e distorce le forme della natura per creare elementi e strutture decorative, le cui tracce sono già presenti nel  Barocco e nel Rococò, e l’Ergonomia, cercano di metter in primo piano le esigenze dell’uomo, come unità di corpo e spirito. Allo stesso modo il Design Ambientalista, e il design per la sicurezza, che divenne di dominio pubblico  quando il giovane avvocato, Ralph Nader iniziò a criticare i difetti della Chevrolet Corvair della General Motors portando a galla il fatto che  all’epoca l’azienda produttrice spendeva all’epoca circa 700 dollari per lo Styling, e solo pochi cents per la sicurezza, sembrano dire che prima viene l’uomo e poi gli oggetti.

Vedremo un trionfo del design e dello styling anche in questa edizione dell’Esposizione Universale di Milano, che sarà pieno di padiglioni che saranno belli, funzionali e stilisticamente all’avanguardia con dei contenuti, si spera, che tendano al recupero di uno sviluppo dell’umanità secondo modelli più organici e in sintonia con la casa terra. Ma tutte queste dinamiche di design si dovranno scontrare, come già fanno con la Planned Obsolescence, l’obsolescenza pianificata, che rappresenta uno dei temi più controversi nell’ambito del design industriale. In pratica rappresenta la tendenza di tante grandi aziende a progettare e a creare prodotti con una durata limitata, come strategia necessaria a garantire lavoro agli operai, mentre gli oppositori si ergono a sostenere che ogni manipolazione nei consumi è una cosa eticamente e umanamente inaccettabile.

Tra sviluppi positivi e negativi del design e dello styling non possiamo che affidarci al senso alto dell’uomo ricordato già nel ’34 da Lewis Mumford in “Technics and Civilization”, e oggi basterebbe sostituire alla parola macchina la parola computer: “La nostra capacità di andare oltre la macchina sta nel nostro potere di assimilazione della macchina. Finché non abbiamo assorbito le lezioni di oggettività, impersonalità, neutralità che costituiscono l’essenza del regno della macchina, non riusciremo a proseguire nel nostro sviluppo verso un’umanità più riccamente e profondamente organica.”

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