La politica e le difficoltà per i giovani – La crisi economica del 2008 ha colpito in primis le nuove generazioni. E’ ovvio che in un contesto del genere a pagare le conseguenze sono innanzitutto i giovani, quelli senza un minimo di rassicurazione sul presente e il futuro. Come detto qualche giorno fa su Blogtaormina, la generazione anni ’80 è stata quella che ha pagato gli esiti della situazione attuale e dell’immobilismo del ventennio berlusconiano, dalemiano e così via. Oggi uno dei leitmotiv è quello secondo il quale “l’Italia non è un Paese per giovani”. Il mondo della politica fa fatica a rinnovarsi e l’esempio del Partito democratico è lampante. Rottamato al vertice con Matteo Renzi e incapace di voltare pagina sui territori con i soliti noti che cambiano casacca per assecondare il loro ego. Certo l’età anagrafica non è tutto, ma in un Paese dove la carriera inizia a 50 anni è qualcosa di importante. Il Pd non è l’unico esempio. Come non citare Forza Italia, che ancora deve aggrapparsi a Silvio Berlusconi e il Movimento cinque stelle, il quale finirebbe nell’anonimato se non avesse come guida un comico genovese degli anni ’80.

L’ottusità del mondo del lavoro – L’Italia non è un Paese per giovani neanche nel mondo del lavoro. Quando si richiedono “giovani con maturata esperienza nel settore” si sostiene un controsenso. Un paradosso figlio della nostra cultura. Si sceglie l’usato sicuro e i giovani vengono tenuti buoni con la speranza che il loro momento, prima o poi, arriverà. Sono etichettati come “bamboccioni”, pigri e svogliati. Ci sarà sempre qualcuno più grande di loro pronto a passargli davanti ad un colloquio di lavoro, in un concorso, alla posta o chissà in quale altro luogo. I giovani, ricchi di pazienza e poveri nelle tasche, assistono al continuo rinvio del loro futuro. Una sorta di protesi illusoria alla loro giovinezza, la quale in realtà è andata via da un bel po’ di tempo. Anche nel calcio, addirittura, non si lascia il giusto spazio ai giovani. Molti di loro, come ha mostrato questa sessione di calciomercato, sono stati costretti ad andare all’estero per giocare e avere fiducia. Qui, dicono, non c’è tempo. In realtà, però, non è una questione riconducibile al concetto temporale.

Gobetti messo ai margini dal fascismo e dal dopoguerra – Se fosse per questo, non ci sarebbe mai stato tempo in Italia per i giovani. Quando il nostro Paese è stato un Paese per i giovani? Mai e a dirlo è la triste esperienza di Piero Gobetti. Morto a soli 25 anni a causa di scompensi cardiaci, provocati o aggravati dalle violenze fasciste subite, Gobetti era stato costretto a vivere l’ultima parte della sua vita in Francia. La dittatura di Mussolini si era fatta ancora più repressiva e il giovane editore dovette emigrare. In precedenza fondò e diresse il periodico Energie nuove, fu critico teatrale e letterario di Ordine nuovo e nel febbraio del 1922 fondò il settimanale Rivoluzione liberale. Per non parlare del suo rapporto con Eugenio Montale, di cui Gobetti aveva scoperto l’unicità prima di altri. Un giovane talentuoso costretto a rimanere ai margini prima dal regime e dopo la sua morte e la fine del fascismo dall’Italia post bellica. Le due chiese, quella democristiana e quella comunista, l’avevano stritolato e il suo pensiero liberale, nel vero senso della parola, verrà posto in un angolo. Piero Gobetti è il simbolo di questo Paese. Ricco di giovani capaci e talentuosi, i quali sono costretti a emigrare per trovare fortuna, altrimenti in Italia passerebbero inosservati e anche dopo la loro morte, proprio come è successo a Gobetti, verrebbero avvolti nell’indifferenza.

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