Un po’ ricorda i tratti dell’italiano che ha fatto conoscere la figura del cantautore. Mannarino ha gli stessi occhi vispi e attenti del grande Domenico Modugno, e il suo sorriso incorniciato da due baffi allegri ci riporta quell’immagine spensierata e un po’ guascona del cantautore di origine barese che mezza Italia identifica con un siciliano.

Alessandro Mannarino invece è romano, ma nel Teatro Antico di Taormina, per l’unica tappa siciliana del suo ultimo lavoro discografico dal titolo “Al Monte”, uscito nello scorso mese di maggio e che sta riscuotendo un grandissimo successo di critica e pubblico, sembrava il padrone di casa abituato a ospitare gente che ama le sue esibizioni., e canta insieme a lui. Partì nel 2001 esibendosi presso il rione Monti con bizzarre session, a metà strada tra il live acustico e il dj hip-hop, frequentando in compagnia della sua chitarra anche posti dal contesto non strettamente musicale. Nel 2006 fondò la Kampina, una band formata da sei elementi con i quali si è esibito nei principali locali della capitale. Ha da sempre alimentato la sua formazione da cantastorie con l’intento di non dire le solite cose “leggere”, e già nei primi due album, “Bar della Rabbia” e “Supersantos”, in cui si racconta di una ribellione sgangherata, quella dell’osteria e del vino, ha tratteggiato il ritratto di metropoli e di strade, che sono la casa dell’uomo che ci vive e sopravvive, con uno stile molto personale. Con “Al Monte“, Mannarino affronta un nuovo viaggio, dove comunque l’uomo, con tutte le proprie debolezze e le proprie virtù, rimane sempre il protagonista, e la serata a Taormina ha confermato il successo di pubblico e di critica del suo lavoro.

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Nella cavea della perla dello Ionio, splendida cornice resa più magica solo dalle luci e dalle sagome di pochi alberi, e un ponte al centro del palco dal quale si stagliano le figure dei fiati, abbiamo assistito ad uno spettacolo in cui torna a trionfare il valore del racconto e della poesia dei cantastorie. I suoi testi hanno fatto tornare in primo piano il ruolo fondamentale della parola come veicolo di messaggi importanti con l’aiuto di una musica che porta emozioni con la sua semplicità.

Tra i momenti più emozionanti di sicuro la canzone “Maddalena”, la canzone di una donna forte che lui ha voluto dedicare “a tutte le donne siciliane, che sono donne forti… che hanno bene in mente cosa è un uomo, e così forti da ribellarsi alla violenza degli altri uomini e che riesce a salvare anche il proprio uomo! Penso – ha aggiunto nel presentarla – che le donne di questa terra abbiano una responsabilità, che è quella di sgonfiare il petto dei “don Totò” che si sono fatti baciare le mani… lasciarli soli, non farli ballare con le donne, lasciarli soli all’angolo perché non facciano più danni.” Il riferimento molto chiaro era per quella parte degli uomini siciliani, dediti al malaffare e alla mafia, che non fanno certo bene al nome dell’isola. E in questa canzone, come in tante altre con la licenza e il coraggio del cantautore, ne ha un po’ per tutti, Dio e chiesa compresi:

Dio scappò nel cielo e nella furia
Mise su un grandissimo cantiere
Per costruire una potente curia
Che potesse Maddalena far tacere

Giuda e Maddalena stanno insieme
E girano nascosti fra la gente
E vanno al fiume a far l’amore
Su una barchetta che va controcorrente.”

E controcorrente va la sua creatività, credo simboleggiata dal cappello della locandina dal quale fuoriescono strani marchingegni, elementi di orologio, misti a pezzi di strumenti musicali e alla tromba di un grammofono, viene fuori un arte cantautorale che ricorda l’ironia di Gaber e Jannacci, la simpatia di Rino Gaetano, la profondità di Tenco, e anche la sfacciata poesia del grande Modugno il primo che ha anche usato i testi di un poeta per fare musica. Da quel magico cappello sembra fuoriuscire una dinamica e strana grammatica della fantasia, che si muove tra ricordi del catechismo e i giochi di strada dei ragazzi, per finire in locande e vinerie di periferia dove comunque si annida l’amore e la poesia.

Mannarino non ha bisogno dei versi di Quasimodo, e nemmeno della straordinaria abilità nei giochi di parole di un Caparezza, perché la forza del suo racconto, il fare poetico della sua musica, prende spunto direttamente dall’uomo e dal suo corpo emotivo. Il che è già perfezione emotiva e narrativa. E il suo uomo non ha bisogno di giocare a nascondino con lo specchio e con la dignità.

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[Foto in copertina: Alessandra Bicchi]

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